Il Cumulo Impossible dei Vitalizi Politici: Un Labirinto di Regole e Privilegi

La questione del cumulo dei vitalizi per gli ex politici italiani è una materia complessa e spesso poco chiara, caratterizzata da stratificazioni normative, sentenze giudiziarie e un acceso dibattito pubblico. Al centro della discussione vi è la disparità di trattamento tra gli assegni percepiti dagli ex parlamentari e le pensioni dei comuni lavoratori italiani, con particolare riferimento alla possibilità di accumulare più trattamenti pensionistici e ai meccanismi di calcolo dei vitalizi stessi.

Illustrazione schematica del flusso di denaro da contributi a vitalizi

La Riforma del 2012 e le Sue Ombre

La riforma previdenziale del 2012 ha rappresentato un tentativo di allineare il sistema pensionistico dei parlamentari a quello dei comuni lavoratori, introducendo un calcolo prevalentemente contributivo. Tuttavia, le implicazioni di questa riforma non sono state uniformi e hanno lasciato aperte diverse questioni, generando un panorama normativo tortuoso.

Prima del 2012, i vitalizi erano calcolati con criteri differenti rispetto a quelli riservati ai comuni lavoratori italiani. La delibera Fico del 2021, basata sul principio di legittimo affidamento, aveva inizialmente portato a un ricalcolo che poteva comportare tagli fino al 90% per gli ex parlamentari più anziani, ripristinando il precedente assegno. Successivamente, nel 2022, il Senato ha "salvato" tutti gli ex inquilini di Palazzo Madama, indipendentemente dall'età. Il Collegio di Appello della Camera, esaminando l'appello relativo alla sentenza di primo grado sul cosiddetto taglio ai vitalizi, ha confermato l'impianto complessivo della delibera n. 14 del 2018, quella del presidente Fico, e le misure di mitigazione già introdotte. L'attuale situazione complessiva riguardante il ricalcolo dei vitalizi e le relative misure di mitigazione rimane quindi invariata.

Tra coloro che hanno lamentato i tagli, figurano nomi noti come Paolo Guzzanti, Ilona Staller, gli ex sindaci di Napoli Antonio Bassolino e Rosa Russo Iervolino, l'ex primo cittadino di Imperia Claudio Scajola, Fabrizio Cicchitto, Claudio Martelli e Margherita Boniver.

Il Regime Previdenziale dei Parlamentari Post-Riforma

Il nuovo regime previdenziale dei parlamentari italiani, dopo l'intervento del 2012, è composto dalla somma di tre segmenti. I parlamentari neoeletti nel 2013 sono i soli per i quali si applicherà integralmente la riforma. Solo per loro vale la simulazione di un assegno previdenziale molto contenuto rispetto al passato. Nel 2016, gli uffici della Camera hanno stimato che «la pensione maturata dopo 5 anni sarà compresa tra i 900 e i 970 euro al mese, con 2 legislature alle spalle si potrà andare in pensione incassando circa 1.500 euro al mese».

Tuttavia, la realtà osservata negli assegni in pagamento agli ex parlamentari in questa legislatura suggerisce una prospettiva diversa. Il 2 ottobre 2014, "Il Fatto Quotidiano" pubblicò la lista completa degli assegni in pagamento ad agosto di quell'anno, alla Camera e al Senato. Scorrendo tale lista, si potevano trovare ex parlamentari come Publio Fiori che incassavano 9.960 euro. Questo dato evidenziava come le stime iniziali potessero non riflettere pienamente la situazione reale.

Grafico a barre che confronta i contributi versati e i vitalizi erogati

Lo Squilibrio Persistente e il Problema del Cumulo

La coesistenza di regimi previdenziali così diversi, con la "lunghissima coda" rappresentata dal regime pre-riforma, genera un persistente squilibrio. L'audizione del presidente dell'Inps, Tito Boeri, del 5 maggio 2017 davanti alla Commissione Affari Costituzionali della Camera, stimò per il 2016 uno squilibrio delle pensioni parlamentari come differenza tra circa 50 milioni di contributi versati nell'anno e 193 milioni di trattamenti erogati.

Questa stima del costo attuale dei vitalizi parlamentari in circa 193 milioni di euro per il 2016 è considerata una sottostima, poiché esclude eventuali anni di servizio presso il Parlamento europeo o presso Consigli Regionali, i quali concorrono alla formazione del vitalizio con le stesse regole dell'anzianità contributiva maturata presso il Parlamento italiano. Con le regole attuali, la spesa per vitalizi è destinata ad eccedere anche nel prossimo decennio di circa 150 milioni l'anno i contributi versati da deputati e senatori.

Applicare il Sistema Contributivo: Un Potenziale Risparmio

Applicando le regole del sistema contributivo oggi in vigore per tutti gli altri lavoratori italiani all'intera carriera contributiva dei parlamentari, la spesa per vitalizi si ridurrebbe del 40%, scendendo a 118 milioni, con un risparmio, dunque, di circa 76 milioni di euro all'anno (760 milioni nei prossimi 10 anni).

L'asimmetria perdurante tra pensioni parlamentari di nuovo regime e contributive dei lavoratori comuni post riforma Dini dipende essenzialmente da alcuni vantaggi che anche la riforma 2012 riserva ai parlamentari. Tra questi, l'aliquota contributiva: nella riforma 2012 si prevede che il montante contributivo sia determinato dal pagamento a carico del parlamentare di una quota pari all'8,8% della sua base imponibile, mentre a carico della Camera è una quota del 24,2%. Per i comuni lavoratori dipendenti italiani, il contributo proprio è pari al 9,19% della propria retribuzione, mentre il contributo a carico dell'azienda per scopi strettamente previdenziali dovuto all'Inps è pari al 21,5%. Si tratta quindi di 3 punti percentuali di vantaggio per il parlamentare rispetto al lavoratore comune.

Storia di nuovi vitalizi

Il Divieto di Cumulo: Un Concetto Fremoto

Per "cumulo", nel contesto previdenziale, si intende la somma di trattamenti maturati in regimi diversi. Sul cumulo per la previdenza parlamentare, l'unico limite posto dalla riforma 2012 prevede che, a trattamento maturato e non essendo più parlamentare, ne sia sospesa l'erogazione se eletti o nominati a carica incompatibile col mandato. Si tratta di una mera sospensione temporanea del pagamento, fino alla cessazione del nuovo incarico. Solo la Toscana ha realmente approvato il divieto a partire dal 2016.

Invece, nell'ordinamento tedesco, il divieto di cumulo è tassativamente disposto: è impossibile sommare il trattamento previdenziale maturato in progressione in diversi organi elettivi. L'eletto può scegliere il più vantaggioso, ma c'è comunque un limite massimo di 5.175 euro dopo 27 anni di mandato. In Italia, invece, anche post riforma 2012, il cumulo può portare il parlamentare a incassare anche 15.000 o 25.000 euro, in alcuni casi addirittura più di 30.000.

Un caso emblematico è quello di Giuliano Amato che, avendo maturato e iniziato a incassare il vitalizio parlamentare prima della riforma 2012, solo grazie a un atto individuale ha chiesto e ottenuto la sospensione del vitalizio come ex parlamentare, e di pensioni maturate come docente universitario e poi come ex presidente Antitrust, che si aggiungevano all’emolumento alla Corte costituzionale, incassando oltre 30.000 euro al mese. Moltissimi altri casi sono documentati nelle inchieste e libri usciti in questi anni sul tema. Nell’opera “I vampiri” di Mario Giordano si ricordano, tra i tantissimi consiglieri regionali che abbiano nel corso di vita anche ottenuto seggi in parlamento e all’europarlamento, casi che danno piena conferma delle cifre ingenti.

C'è un attuale presidente di Autorità che vigila sul mercato che sommerà, alla fine del suo attuale incarico, l’assegno maturato per i suoi 17 anni di funzionario parlamentare (superiore a quello degli ex vitalizi degli eletti, altro obbrobrio), ai 10 mila euro per il mandato parlamentare ricoperto dal 1996 al 2010.

Le Pensioni di Reversibilità e gli Oneri Figurativi

Altra caratteristica a vantaggio del trattamento previdenziale dei parlamentari è quella di non essere soggetta ai divieti di cumulo che valgono per i trattamenti “ordinari” di reversibilità ai superstiti. I superstiti vedono una riduzione della pensione di reversibilità nel caso in cui il reddito annuo ricavato dal congiunto avente diritto è compreso fra 3 e 4 volte l’importo del minimo Inps, con una riduzione progressiva che parte dal 25% fino al 50% della pensione prima incassata dal defunto.

In conclusione, anche dopo la riforma, gli squilibri e le ingiustizie del sistema restano, attenuati per il futuro ma persistenti per molti anni. I parlamentari, dopo la riforma, possono riscuotere l'assegno a un'età anagrafica di molto inferiore ai 66 anni e 7 mesi oggi vigenti per maturare il trattamento di vecchiaia da parte dei lavoratori “normali”. Ecco perché ha delle ragioni solide la richiesta del pieno ricalcolo contributivo dei trattamenti pre riforma.

Il presidente dell’Inps Tito Boeri ha depositato a fine 2015 un articolato progetto in tal senso: non per antipolitica, ma per equità. Propone un ricalcolo contributivo pieno della parte degli ex vitalizi superiore a 7 volte il minimo vitale, ma anche allo stesso modo il ricalcolo per tutte le gestioni previdenziali ex retributive, private comprese. La proposta, nota sotto il titolo di “non per cassa ma per equità”, non ha trovato accoglienza in Parlamento sinora.

Mappa concettuale che illustra le diverse tipologie di vitalizi e le relative problematiche

La Situazione Normativa Attuale e le Prospettive Future

Il comma 195 della legge di bilancio 2017 estende l’istituto del cumulo ai periodi contributivi maturati presso le casse previdenziali privatizzate. In pratica, la norma vuole contribuire alla risoluzione del problema di quanti intendono anticipare la pensione senza penalizzazioni, recuperando l’anzianità contributiva non coincidente maturata in casse diverse inserendosi nel pacchetto di provvedimenti (A.P.E.).

La circolare INPS n. 103, senza entrare nel merito della specifica problematica del cumulo con i contributi delle casse previdenziali dei professionisti, afferma che: “Il trattamento pensionistico conseguito con il cumulo di cui al d.lgs. n. 42/2015, se il medesimo è erogato da un unico ente previdenziale, non può essere considerato cumulo ai sensi della normativa vigente”. Una posizione del genere, che rischia di ripetere quanto previsto per l’opzione donna ovvero un anticipo con decurtazione per il passaggio al sistema contributivo, contraddice il D.lgs. 42/2015. Occorre un chiarimento urgente politico, non potendo rinunciare ad una norma di civiltà giuridica che risponde ad elementari principi di equità e non essendo ammissibile che il Governo violi le leggi che approva.

Nella legge sui vitalizi che i 5 Stelle vorrebbero approvare come primo atto del nuovo governo, non si parla del cumulo dei vitalizi.

Il Cumulo per Dirigenti, Magistrati e Giornalisti Eletti

Se un dirigente d’azienda, un magistrato o un giornalista viene eletto in Parlamento, si mette in aspettativa non retribuita dal posto di lavoro, e può continuare a versare la sua quota (1/3) di contributi alla Cassa di provenienza, e la quota (2/3) che prima spettava al datore di lavoro passa a carico della Cassa di provenienza. In questo modo il parlamentare continua a maturare la pensione da dirigente, giornalista, magistrato, ecc. ecc.

Dal 2012, l’assegno vitalizio che spettava ai parlamentari al termine del loro mandato è stato sostituito con un trattamento pensionistico simile a quello previsto per gli altri lavoratori. Una peculiarità è che per avere accesso alla pensione è necessario essere stato in carica per almeno 4 anni, 6 mesi e un giorno. Questo implica che i neoeletti della XVIII legislatura (a inizio legislatura) non avrebbero diritto alla pensione parlamentare se le Camere venissero sciolte prima del 24 settembre 2022 e perderebbero tutti i contributi versati (fino a 50 mila euro).

Per i parlamentari eletti per la prima volta a partire dal 1° gennaio 2012, il sistema di calcolo della pensione parlamentare è di tipo puramente contributivo. La pensione viene erogata al compimento dell’età di pensionamento pari a 65 anni, anche se per ogni anno di ulteriore mandato oltre la prima legislatura, il parlamentare può anticipare il pensionamento di un anno, sino a un’età minima di 60 anni. La riforma ha però previsto che i parlamentari possano richiedere il trattamento pensionistico solo nel caso in cui abbiano completato almeno un mandato parlamentare della durata di 5 anni. In realtà, a causa del sistema di calcolo semestrale utilizzato, per maturare il diritto alla pensione è sufficiente essere stati in carica per 4 anni, 6 mesi e un giorno nel corso della stessa legislatura. Nel caso questo periodo minimo non sia stato raggiunto, i contributi sociali pagati dai parlamentari sono persi completamente, non potendo essere riagganciati a quelli relativi ad altre attività lavorative.

La Situazione dei Neoeletti

Alla Camera, ben 446 deputati risultano essere neoeletti all’inizio della XVIII legislatura (il 71 per cento). Inoltre, 3 neoeletti deputati sono subentrati nei primi sei mesi della legislatura e potrebbero ancora maturare i 4 anni e mezzo di servizio se le camere fossero sciolte dopo il 24 settembre. Altri 19 deputati sono invece subentrati dopo i 6 mesi iniziali e, anche se la legislatura finisse nel 2023, perderebbero i contributi versati. Il gruppo parlamentare con la maggior percentuale di neoeletti risulta essere la Lega: 123 su un totale di 133 deputati (92 per cento). A pari merito troviamo Coraggio Italia con 22 neoeletti su 24, seguiti dal gruppo parlamentare di Fratelli d’Italia con una percentuale dell’89 per cento (33 neoeletti su 37 deputati).

Al Senato, risultano neoeletti 244 senatori (il 76 per cento). In più, 11 neoeletti senatori sono subentrati, ma solo uno entro i 6 mesi dall’inizio della legislatura. I gruppi parlamentari con la maggior percentuale di senatori neoeletti risultano essere Fratelli d’Italia e Lega, rispettivamente con il 95 e l’89 per cento.

In attesa del nuovo governo, i parlamentari incassano il primo stipendio e maturano la pensione. Solo per ex deputati ed ex senatori quest’anno sborseremo 207 milioni, a fronte di appena 37 versati in contributi, meno di un quinto. Ben vengano allora l’allarme del presidente Inps Tito Boeri e l’istruttoria avviata dal presidente della Camera Roberto Fico, per adeguare anche i vitalizi sfuggiti alla riforma Monti 2012 al sistema contributivo, come per tutti i dipendenti pubblici. Ben venga una semplice delibera dell’ufficio di Presidenza, invece di aspettare (invano) una legge ordinaria, come la Legge Richetti. Ben venga il risparmio di 150 milioni l’anno, anche se non è solo un problema di quanto si risparmi, ma anche e soprattutto di quanto la politica dimostri di condividere i sacrifici che poi chiede agli italiani.

Soglie che certo non valgono per i parlamentari: gli eletti dopo il 2012 potranno incassare il loro sostanzioso assegno (hanno già maturato circa mille euro netti al mese) a 65 anni o, se rieletti adesso, a 60. Sette anni prima degli italiani! Un precedente pericoloso: già non riusciamo a tagliare i vitalizi sfuggiti alla riforma, se mettiamo in discussione pure quella, be’ non resta che gettare la spugna. E gli oneri figurativi? Tutto corretto.

La Riforma Previdenziale del 2003 e il Cumulo

La riforma della Previdenza, entrata in Finanziaria, prevedeva la possibilità di mettere insieme pensione di anzianità e lavoro, ma soltanto per chi accetterà di lavorare per altri due anni. Il ministro del Welfare Roberto Maroni annunciò che la Finanziaria 2003 avrebbe contenuto interventi in tema di previdenza. Altra novità, la confluenza dell’Inpdai - l’ente previdenziale dei dirigenti di azienda, in gravissimi difficoltà finanziarie - all’interno dell’Inps. Infine, si lavorava anche a misure di incentivazione per il proseguimento del lavoro per i lavoratori fino a 70 anni di età.

La parziale abolizione del cumulo, misura già contenuta nella delega previdenziale all’esame del Parlamento, avrebbe consentito dal 1° gennaio 2003 ai lavoratori che hanno 57 anni di età anagrafica e 37 anni di contributi di poter andare in pensione di anzianità e svolgere attività lavorative, senza decurtazioni parziali o integrali dell’assegno pensionistico. Attualmente, per andare in pensione di anzianità, basta avere 35 anni di anzianità contributiva. In pratica, la misura incentiverebbe chi ha diritto di andare in pensione anticipata a continuare a lavorare per altri due anni. In cambio di questo sacrificio, il lavoratore a tempo debito potrebbe svolgere altri lavori e continuare a godere della pensione integrale (oggi bisogna avere 40 anni di contributi).

Secondo i calcoli del ministero del Welfare, almeno il 75% di coloro che vanno in pensione di anzianità (con 35 anni di contributi) continua a lavorare, ma in nero. E così, i maggiori oneri per gli assegni di pensione più generosi verrebbero controbilanciati dal minor numero di persone che opteranno per rinviare l’uscita per due anni, e dalle entrate fiscali legate al lavoro svolto alla luce del sole.

«È prevista nella delega - ha detto Maroni - la progressiva abolizione del divieto di cumulo tra reddito da pensione e reddito da lavoro. Per questa norma e solo per questa norma stiamo pensando se sia utile e possibile un'anticipazione nella Finanziaria». Per il resto, Maroni era convinto che altro non servisse al sistema previdenziale, se non l’approvazione in Parlamento entro la fine dell’anno della delega previdenziale, dopo nove mesi di discussione.

Illustrazione che rappresenta la differenza tra sistema retributivo e contributivo

La Situazione dell'INPDai e l'Età Pensionabile

Ci sono altre due novità allo studio. La prima è la confluenza dell’Inpdai all’interno dell’Inps. Nei giorni scorsi, constatate le gravissime difficoltà finanziarie dell’ente dei dirigenti d’azienda (che nel 2002 registrò uno squilibrio di 1800 miliardi di vecchie lire tra contributi e prestazioni), Confindustria e l’associazione dei manager d’azienda hanno chiesto al governo un intervento immediato. Troppo pochi lavoratori attivi (82.000), troppi pensionati (87.000). Per limitare i danni all’Inps, che dovrà accollarsi un nuovo non lieve onere, si abolirà il tetto di reddito (oggi, 190 milioni di vecchie lire) oltre il quale i dirigenti non versano più contributi.

Il terzo intervento riguarda l’età pensionabile; ma sempre in senso di «incentivo». Attualmente - per come sono costruiti i coefficienti di trasformazione della legge Dini - un lavoratore dipendente che supera i 65 anni di età non ha nessun beneficio a continuare a lavorare. Il Welfare stava così pensando a predisporre coefficienti che prevedessero la possibilità di optare per lavorare (con una pensione molto maggiorata) anche fino a 70 anni. Una misura che potrebbe convincere, secondo il governo, molti a rinviare il pensionamento.

Tra i commenti, il leader Uil Luigi Angeletti anticipò il suo consenso all’intervento sul cumulo, anche se si riservò una valutazione piena dopo aver conosciuto il dettaglio dei provvedimenti. Pier Paolo Baretta, a nome della Cisl, diede il via libera all’anticipo in Finanziaria, ma «a quel punto - diceva - è importante che "muoia" la delega ora ferma al Senato perché non è più necessario darle corso». Critico fu Beniamino Lapadula, della Cgil: «Se si tratta delle norme previste già nella delega sono del tutto inutili. Nel senso che ricalcano norme già esistenti che non hanno funzionato perché subordinano la volontà del lavoratore a quella dell'azienda».

In Finanziaria, il governo stava studiando anche misure mirate a sostenere i consumi delle famiglie. Di fronte a una domanda stagnante, che potrebbe ulteriormente essere appesantita dal probabile conflitto in Medio Oriente, si stava pensando tra l’altro a un forte intervento di sostegno al credito al consumo, ovvero alle forme di acquisto rateale (classico, o attraverso carte di credito o di debito) tipicamente utilizzate dalle famiglie per l’acquisto di beni durevoli. Va da sé, si tratterebbe di un provvedimento ben visto anche dalle associazioni dei commercianti, preoccupati dal calo dei consumi.

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