Demenza e Antipsicotici: Navigare il Consenso Informato tra Benefici e Rischi

I disturbi del comportamento rappresentano una componente significativa nella progressione naturale dei pazienti affetti da demenza. Essi incidono in modo marcato sul profilo funzionale dell'individuo, comportando un inevitabile incremento del carico assistenziale per i caregiver e le famiglie. In questo contesto, i farmaci antipsicotici vengono frequentemente impiegati come strumento terapeutico, nonostante l'evidenza clinica della loro efficacia sia modesta e il loro utilizzo sia associato a un aumentato rischio di mortalità e morbilità. Un aspetto critico da considerare è la tendenza a proseguire la terapia antipsicotica per periodi prolungati, anche qualora i sintomi che ne avevano motivato l'avvio siano notevolmente diminuiti. Esistono infatti evidenze sperimentali che suggeriscono la possibilità di sospendere il trattamento in una maggioranza di casi, senza che ciò comporti ricadute significative sugli aspetti comportamentali e, al contempo, riducendo i rischi connessi all'impiego di farmaci non originariamente proposti o testati in studi randomizzati e controllati per questa specifica categoria di pazienti.
La Prevalenza e la Natura dei Disturbi Comportamentali nella Demenza
Oltre l'80% dei pazienti con demenza manifesta almeno un disturbo comportamentale nel corso della malattia. Spesso, nello stesso individuo, coesistono più disturbi che possono essere raggruppati in "cluster" specifici. A ciascun cluster dovrebbero idealmente corrispondere trattamenti mirati, sia di natura non farmacologica (come interventi cognitivo-comportamentali e supporto psicologico per i caregiver), sia farmacologica. Sebbene i disturbi comportamentali siano solitamente associati alla fase intermedia della malattia di Alzheimer, la loro insorgenza può verificarsi in qualsiasi momento della patologia, con variabilità individuale in termini di gravità e frequenza. La tipologia dei disturbi può inoltre differire a seconda della causa sottostante della demenza; un esempio emblematico sono le allucinazioni visive, tipicamente osservate nella demenza a corpi di Lewy. Studi longitudinali indicano che, tra i pazienti che presentano un disturbo comportamentale rilevabile al "baseline" tramite il NeuroPsychiatric Inventory (NPI), l'81% continuerà a manifestare tale disturbo dopo 18 mesi di follow-up. Particolarmente persistenti appaiono l'apatia e l'iperattività.
Il European Alzheimer’s Disease Consortium ha delineato quattro sub-sindromi neuropsichiatriche principali:
- Psicosi: Include deliri (spesso semplici e non bizzarri, come il delirio di furto, abbandono, rovina o infedeltà) e allucinazioni (soprattutto visive e misidentificazioni).
- Disturbi della Sfera Affettiva: Coinvolge depressione e ansia.
- Apatia: Una marcata mancanza di interesse e motivazione.
- Iperattività: Si manifesta attraverso agitazione, disinibizione, irritabilità e comportamenti motori aberranti.
Questi disturbi comportamentali non solo accelerano il declino cognitivo e funzionale, ma aumentano anche la probabilità di istituzionalizzazione. Inoltre, elevati livelli di stress e ansia nel paziente si riflettono negativamente sul nucleo familiare, con ripercussioni sulla salute fisica e psichica dei familiari e persino sull'incidenza di mortalità.

Approccio Terapeutico e la Scelta degli Antipsicotici
Di fronte a questo scenario complesso, è indispensabile definire principi chiari per l'inquadramento terapeutico dei disturbi comportamentali, focalizzandosi sui cluster della psicosi e dell'agitazione. Un approccio sequenziale, come raccomandato da "The Lancet Commissions" nel 2017, prevede in primo luogo l'esclusione di cause potenzialmente reversibili dei disturbi comportamentali, quali delirium intercorrente, deficit sensoriali, dolore o precedenti episodi psicotici. Successivamente, è fondamentale valutare lo stress del paziente e dei caregiver, nonché la fattibilità di misure terapeutiche e assistenziali alternative. Solo in questa fase, qualora gli interventi non farmacologici si dimostrino insufficienti, si potrà considerare il ricorso ai farmaci antipsicotici.
La scelta dell'antipsicotico dovrebbe basarsi sulla previsione di efficacia, correlata al cluster prevalente e alla gravità dei sintomi, e sulla tollerabilità, considerando l'età del paziente e la presenza di comorbilità, in particolare il parkinsonismo. Ad esempio, un farmaco antipsicotico potrebbe essere indicato in presenza di ideazioni deliranti persistenti e altamente stressanti per il paziente e i familiari, come la convinzione di essere derubato, tradito o avvelenato. Analogamente, nei pazienti che manifestano irrequietezza, vocalizzi continui e disturbanti, o aggressività verbale e/o fisica, la terapia farmacologica dovrebbe essere presa in considerazione solo dopo aver tentato, senza successo, interventi socio-assistenziali. Questi ultimi includono il miglioramento della comunicazione all'interno della famiglia e tra operatori e paziente, la terapia occupazionale, l'incremento delle interazioni sociali e la musicoterapia. A questo proposito, è importante sottolineare che tutti gli interventi strutturati, incentrati sulla persona e sulle abilità comunicative, si sono dimostrati efficaci nel migliorare l'agitazione sia nel breve che nel lungo termine (fino a 6 mesi), a differenza di altre strategie i cui risultati sono apparsi meno convincenti, come evidenziato da revisioni sistematiche.
Disturbi comportamentali
Rischi e Cautela nell'Uso degli Antipsicotici
È imperativo adottare una cautela particolare nell'impiego degli antipsicotici, sin dall'inizio della terapia, a causa della potenziale insorgenza di effetti collaterali significativi, specie negli anziani, come eccessiva sedazione e sintomi extrapiramidali. Già dal 2002, numerose segnalazioni hanno documentato un'aumentata incidenza di eventi cerebrovascolari e mortalità [24, 25, 26, 27] in pazienti con demenza e disturbi comportamentali trattati con antipsicotici, rispetto a quelli trattati con altri farmaci psicotropi (ad eccezione degli anticonvulsivanti).
La Food and Drug Administration (FDA) statunitense ha emesso nel 2005 un "black-box warning", inizialmente rivolto agli antipsicotici "atipici" (olanzapina, quetiapina, risperidone, aripiprazolo) e successivamente esteso ai "tipici" o convenzionali (promazina, clorpromazina, aloperidolo). A seguito di ciò, altri organismi regolatori, come l'Agenzia Europea dei Medicinali (EMA) e l'Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA), hanno stabilito che il trattamento dei disturbi comportamentali associati a demenza non costituisce un'indicazione terapeutica approvata per gli antipsicotici. La prescrizione di tali farmaci è quindi subordinata a un programma di farmacovigilanza attiva, gestito da centri specialistici autorizzati e identificati dalle Regioni, con procedure di rimborsabilità specifiche e distribuzione diretta. Le aziende sanitarie sono tenute ad adottare una scheda unica per l'inizio del trattamento e una serie di schede di monitoraggio per ogni paziente in terapia.
Studi retrospettivi hanno evidenziato un rischio di mortalità e un "number needed to harm" (NNH) più elevati con aloperidolo, risperidone e olanzapina rispetto ad altri farmaci, e anche con quetiapina in misura minore, se confrontati con i controlli. Analoghe considerazioni valgono per il rischio di mortalità nei pazienti in terapia cronica con antipsicotici atipici e tipici/convenzionali rispetto a coloro che assumono antidepressivi. Il rischio globale di mortalità sembra essere correlato alla dose somministrata. Tuttavia, è stato anche riportato che l'uso di antipsicotici in pazienti anziani con demenza non è di per sé associato a esiti negativi come istituzionalizzazione e morte, ma lo diventa solo dopo aver corretto per la gravità dei sintomi psichiatrici. Una recente metanalisi, comprendente 68 studi e oltre 4,8 milioni di pazienti, ha confermato l'aumento della mortalità globale nei pazienti trattati con antipsicotici convenzionali-tipici e atipici, con un rischio maggiore per i soggetti in terapia con antipsicotici tipici. L'associazione tra l'uso corrente di antipsicotici atipici e mortalità è al limite della significatività statistica, con un rischio aumentato per i pazienti con età superiore a 65 anni e malattia di Parkinson, ma non per quelli con demenza, delirium o stroke. Questi dati impongono, pertanto, la massima attenzione nell'utilizzo pratico di questi farmaci, specialmente nei soggetti con demenza e comorbilità.
Aspetti Etici e il Consenso Informato nella Demenza
La perdita della capacità decisionale è una delle conseguenze più rilevanti del declino cognitivo nelle patologie neurologiche e psichiatriche, con tassi di prevalenza che variano significativamente. Tuttavia, la capacità del paziente con demenza di prendere decisioni è fondamentale per mantenere adeguati livelli di autonomia, benessere e senso di identità. Anche in stadi avanzati della malattia, un paziente con demenza può conservare capacità eticamente rilevanti, come comunicare preferenze, mantenere relazioni e partecipare a decisioni.
Un approccio etico e multidisciplinare alla gestione della demenza deve valorizzare queste capacità residue. Spesso, in un'ottica di eccessiva protezione da parte dei familiari, molti pazienti vengono esclusi dalle decisioni, nonostante studi dimostrino che, soprattutto negli stadi lieve-moderato, possano ancora svolgere un ruolo attivo su questioni sanitarie, finanziarie e di fine vita.
La valutazione della capacità decisionale nei pazienti con demenza ha una forte valenza etico-legale, essendo connessa alla validità degli atti giuridici. Le normative in questo campo riflettono il dilemma bioetico tra la "protezione" del paziente da scelte potenzialmente dannose e l'inviolabilità della scelta individuale. Poiché un giudizio di incapacità può portare a una significativa riduzione dei diritti dell'individuo, la determinazione della capacità è un'indagine particolarmente sensibile.
Principi etici come giustizia, beneficialità, non maleficenza e autonomia costituiscono un punto di riferimento nella pianificazione terapeutica, nelle decisioni sul fine vita, nella sperimentazione clinica e in tutti i casi in cui il paziente non è in grado di comprendere rischi e benefici di un trattamento.
L'invecchiamento della popolazione e l'aumento della prevalenza della demenza hanno portato a un incremento delle richieste di accertamento della capacità decisionale, anche nell'anziano sano. Sebbene l'invecchiamento fisiologico possa associarsi a un declino cognitivo che influisce su abilità funzionali come la velocità di elaborazione delle informazioni, la memoria di lavoro e le funzioni esecutive, questo declino non è di per sé sufficiente a causare incapacità, a meno che non sia aggravato da limitazioni sensoriali, isolamento sociale, disturbi dell'umore o dipendenza emotiva, che rendono la persona vulnerabile allo sfruttamento.
È fondamentale ricordare che il passaggio dalla piena capacità decisionale all'incapacità è legato a una progressiva perdita delle capacità cognitive, ma, salvo casi limite, la capacità va sempre presunta. Una diagnosi di demenza non è sufficiente a confutare la presunzione di capacità decisionale, ma rappresenta solo un fattore di rischio per la sua alterazione.
Il Consenso Informato: Un Processo Dinamico
La determinazione della capacità è essenziale per ottenere il consenso informato, ovvero la libera e volontaria scelta di un trattamento sanitario da parte del paziente. Negli ultimi dieci anni, questo tema ha occupato un ruolo centrale nel dibattito bioetico. Per garantire il diritto all'autodeterminazione, anche in presenza di ridotta capacità cognitiva, il Mental Capacity Act (2005) ha stabilito che il paziente debba essere adeguatamente supportato nell'esprimere le capacità decisionali residue.
Qualora tali capacità siano assenti, generalmente negli stadi avanzati della malattia, l'ordinamento italiano prevede la possibilità di delegare specifiche aree decisionali a un Amministratore di Sostegno o a un Fiduciario. Le procedure standard per ottenere il consenso informato hanno storicamente basato il concetto sul consenso semplice, presunto in assenza di esplicito dissenso. L'evoluzione di questo concetto ha portato agli attuali principi di auto-determinazione e autonomia del paziente, di alleanza terapeutica e di reciproco rispetto, ma la pratica clinica soffre ancora di una carenza di standardizzazione.
Esistono opinioni discordi su cosa si intenda per consenso informato, spesso ridotto a una mera formalità o a un documento da far firmare. I moduli di consenso sono spesso densi di informazioni e contengono termini poco familiari per pazienti con un basso livello di scolarità, risultando di fatto incomprensibili. È cruciale comprendere che l'ottenimento del consenso informato non è un evento puntuale, ma un processo continuo, basato sull'interazione medico-paziente. La comunicazione delle informazioni deve evolvere con le condizioni cliniche del paziente, integrando nuove informazioni e consigli.
Comunicazione della Diagnosi e Consapevolezza
La comunicazione della diagnosi di demenza rappresenta un momento cruciale, che richiede il delicato coinvolgimento del paziente, dei suoi caregiver e/o familiari. L'impegno emotivo del medico, consapevole dell'assenza di trattamenti risolutivi e del percorso diagnostico complesso, unito al timore di reazioni emotive avverse, spesso porta a ritardare questa comunicazione fino a fasi del declino cognitivo in cui l'insight del paziente è drasticamente ridotto.
Un sondaggio di Alzheimer Europe ha rivelato che solo il 50% delle diagnosi viene comunicato direttamente ai pazienti, e in fino al 20% dei casi non viene comunicato neanche nelle fasi più lievi della patologia. Al contrario, numerosi studi dimostrano una riduzione dell'ansia e dell'incertezza nei pazienti dopo una comunicazione efficace, e una generale preferenza nell'essere informati sulla propria condizione.
Una comunicazione della diagnosi adattata alle capacità cognitive residue del paziente, al suo status intellettivo e alla sua emotività, coinvolgendo familiari autorizzati, ha quasi sempre un ruolo benefico e non sembra essere associata a un maggior rischio di eventi avversi (come la comparsa o l'aggravamento di sintomi depressivi o gravi incidenti). Questa strategia permette di aumentare il senso di auto-efficacia nella gestione della malattia, di beneficiare, soprattutto nelle fasi iniziali, di terapie modulatrici e di un cambio dello stile di vita, e di accedere a supporti psicologici e servizi territoriali.
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