L'Assistente Sociale e la Depressione: Un Legame Complesso tra Aiuto e Sofferenza
Il mestiere dell’assistente sociale, in quanto professionista della relazione di aiuto, pone l’individuo continuamente di fronte a situazioni di difficoltà e disagio alle quali l’operatore risponde non soltanto mettendo in pratica competenze di tipo tecnico, ma anche investendo energie psichiche e facendo leva sulle proprie abilità sociali. La continua relazione con l’altro e il contatto prolungato con la sofferenza altrui, di cui l’assistente sociale si fa carico nell’ambito della propria giornata lavorativa, rappresentano degli importanti fattori di stress che possono compromettere in modo significativo la salute dell’operatore.
Il Rischio del Burnout nell'Assistente Sociale
Il pericolo aumenta ancora di più quando si vive il proprio lavoro in modo totalizzante, venendo assorbiti dalle dinamiche che coinvolgono i propri pazienti/clienti, concependo quello che si sta facendo come una missione salvifica che non lascia spazio ai necessari momenti di riposo, relax, cura di sé. Spesso così si arriva al punto di sentirsi schiacciati dalle esigenze che si vorrebbe soddisfare, incapaci di controllare la situazione, svuotati di energie. Subentra il burnout, la sindrome logorante tipica dei professionisti di aiuto.

Chi viene colpito dal burnout manifesta tutta una serie di sintomi che sono dei veri e propri campanelli d’allarme. Si tratta di manifestazioni comportamentali e psicologiche che hanno a che vedere con tre dimensioni particolari: il deterioramento dell’impegno nei confronti del lavoro, con una tendenza a non voler recarsi sul posto di lavoro; il deterioramento delle emozioni originariamente associate al lavoro scelto (motivazione ed entusiasmo); e un disadattamento tra la persona e il lavoro.
Della sintomatologia fanno parte tutta una serie di stati che vanno dall’affaticamento e stanchezza cronica all’apatia, insonnia, cefalea, nausea, sensazione di fallimento, ansia, frustrazione etc. A questi si aggiungono comportamenti che testimoniano un disinvestimento sul lavoro (ad esempio le assenze prolungate, i ritardi frequenti), eventi autodistruttivi che vanno dai disturbi e malattie psicosomatiche all’aumento della propensione agli incidenti, ed eventi di tipo etero distruttivo, rivolti contro l’utenza che beneficia del rapporto di cura e del supporto dell’assistente sociale, anche con episodi di violenza.
Tutto questo avviene perché il professionista della relazione d’aiuto è esposto a forti sollecitazioni in relazione proprio alle peculiari caratteristiche del suo mestiere. Non solo, infatti, l’assistente sociale è messo a contatto diretto con la sofferenza, fisica e psicologica dell’utenza, ma deve far fronte alla gestione complessa del proprio ruolo, a metà tra l’aiuto e il controllo. Inoltre le condizioni ambientali e organizzative in cui opera non lo agevolano, mettendolo anche in contesti di forte isolamento, privandolo delle risorse strettamente indispensabili. C’è poi il carico di responsabilità che comporta questo tipo di professione, legata alla salute e al benessere altrui.
La Convenzione "La Fenice" e l'Ordine degli Assistenti Sociali
Prendendo in considerazione tutti questi aspetti e con l’intento di fornire un aiuto concreto, il centro di psicologia e psicoterapia La Fenice ha di recente stipulato una convenzione con l’ordine degli assistenti sociali della Regione Lazio. Questo sottolinea la crescente consapevolezza riguardo all'importanza del benessere psicologico degli assistenti sociali e la necessità di offrire loro supporto specifico.
La Depressione: Comprendere la Malattia e il suo Impatto
È un argomento che interessa un gran numero di persone. In Italia, più di due milioni di persone soffrono di depressione. Quindi, è importante chiedersi se chi ne è affetto possa rientrare nelle cc.dd. categorie protette e quando può esserci una tutela per chi è affetto da depressione. La normativa (la L. n. [numero della legge, se specificato nel testo originale]) riconosce la depressione, nelle forme più gravi, come una malattia invalidante che pregiudica la salute psichica e fisica. Infatti, spesso, i sintomi psicologici sono affiancati da segnali fisici come, ad esempio, dolori muscolari e articolari, disturbi del sonno o forti mal di testa.
Secondo la L. n. [numero della legge], le persone con determinate condizioni possono beneficiare di tutele specifiche. Tra queste rientrano le persone sordomute (L. n. 381/1970 e ss.mm.) e le persone non vedenti (L. n. [numero della legge]), gli invalidi di guerra, nonché gli invalidi civili di guerra e gli invalidi per servizio con menomazioni annesse alle tabelle previste dal Testo Unico in materia di pensione di guerra (d.p.r. n. [numero del d.p.r.]). Ci sono casi in cui la depressione può determinare il riconoscimento dell’invalidità civile. Nel caso di invalidità civile lieve, la persona ha diritto ad una serie di benefici ed agevolazioni. Si chiama congedo per cure e non è una novità, ma uno strumento importante disciplinato dall'art. 7 D.Lgs. 119/2011, a disposizione dei lavoratori mutilati e invalidi.
Cosa succede se si chiede l’aggravamento e la Commissione medica accerta un miglioramento delle proprie condizioni di salute? Si può beneficiare della Legge 104 anche senza essere invalido civile. È possibile il contrario?
Ritiro Sociale: Un Sintomo o una Strategia di Difesa?
Di Rachel Musolino, pubblicato il 27 Dicembre, aggiornato il 04 Ottobre, viene presa in considerazione, da diverse prospettive, talune categorie psicopatologiche che sembrano presentare questo elemento distintivo: le alterazioni patologiche dell’umore, i disturbi d’ansia e alcuni tipi di personalità. Che significato ha, ad esempio, il ritiro sociale e dalle relazioni per un soggetto affetto da depressione? Quali le differenze con la socialità coartata della personalità schizoide o evitante?
Nell’ottica della psicologia individuale (Adler, 1935), ad esempio, viene data particolare importanza ai modi in cui l’individuo interagisce con il proprio ambiente. Il contatto con il mondo esterno sarebbe dunque determinato non tanto da fattori ereditari o ambientali, ma dal modo unico che ognuno ha di intendere e sperimentare questi elementi. È possibile, pertanto, osservare nel soggetto depresso l’attuazione di alcune strategie comportamentali che hanno un’importante ricaduta sulle sue modalità relazionali e su un eventuale ritiro sociale. Esso mette in atto il tentativo di compensare il suo stato di inferiorità aspirando a mete ideali ma difficilmente conseguibili e, di fronte al mancato raggiungimento di tali traguardi, si lamenta arrendevolmente della propria sorte attribuendone implicitamente la responsabilità a fattori esterni, ad un mondo percepito come ostile. L’espressione della propria sofferenza diventa il veicolo per valorizzarsi canalizzando su di sé l’attenzione, mentre gli altri sono sottoposti ad un processo, seppur implicito, di responsabilizzazione. Una quota di distruttività viene così rivolta anche verso l’esterno, oltre che verso il sé, ma ciò avviene in maniera indiretta, tramite l’esposizione ostinata della propria sofferenza, per non correre il rischio di perdere l’altro e restare da solo. La relazione con gli altri è, per questi soggetti, l’unica fonte della propria autostima, la cui perdita, reale o minacciata, è intollerabile e porta all’aumento della distanza tra l’immagine del Sé e l’ideale del Sé […] il Sé ideale del depresso ha bisogno degli altri (Ibidem, p.

Nelle descrizioni “tradizionali”, il narcisista è tipicamente sfruttante, portato all’idealizzazione del sé a discapito dell’altro che viene svalutato e ridotto a strumento per la conferma della propria grandiosità. Vi è una sorta di patologia della relazione che lo rende incapace di dipendere realmente dagli altri, di perseguire con loro scopi comuni o provare empatia ed emozioni profonde. Indagini recenti svelano però un altro lato della personalità narcisistica. In altri termini, l’attivazione di uno schema relazionale di dipendenza è un meccanismo messo in atto in risposta al senso di bassa autostima; ciò avviene in quanto l’altro, con la sua presenza e ammirazione, consente al narcisista di disconoscere la rappresentazione negativa di sé. È in tali circostanze che il soggetto sembra ricercare insistentemente la relazione. Il rifiuto da parte dell’altro apre a vissuti di tipo depressivo poiché, non riconoscendo la sua presunta superiorità, rischia di portare alla luce il sé svalutato e carente.
Alterazioni della personalità e vissuti depressivi possono dunque presentare aspetti simili, incontrarsi e, talvolta, co-esistere, ma presentano anche importanti elementi distintivi: la capacità empatica può essere maggiormente compromessa nel disturbo di personalità, così come la rabbia risulta più diretta; l’autostima del depresso non è ipertrofica e la sua rabbia è mascherata. Entrambe le condizioni, però, comportano una compromissione della capacità relazionale, alimentando il rischio di solitudine e ritiro sociale. Il depresso non arriva ad attaccare direttamente la relazione, ma la sua aggressività emerge sotto forma di contagio della sofferenza.
Tuttavia, prendendo spunto dagli approcci cognitivi alla depressione, è possibile riconoscere alcune delle caratteristiche del pensiero depressivo altrettanto passibili di indurre il soggetto all’isolamento e al ritiro sociale. Egli, infatti, tenderebbe a ritirarsi dalla vita poiché si percepisce come non all’altezza, carente e non desiderabile socialmente. Il negativismo del paziente depresso si rivolge non solo all’immagine di sé, ma anche al proprio futuro e al mondo circostante.
La depressione può essere distinta dai disturbi d’ansia per i suoi contenuti prevalenti. L’ansioso è maggiormente orientato su un versante dominato dal senso di minaccia e di potenziale esposizione al pericolo. L’ansia diviene patologica quando si configura in comportamenti disfunzionali ed è eccessiva rispetto alla portata degli oggetti e situazioni che la elicitano; questi acquisiscono per il soggetto un significato talmente minaccioso da invalidarne il funzionamento.
In altri casi ci si può trovare di fronte ad una forma di ritiro sociale tipica delle alterazioni della personalità, ovvero di quella “struttura” che caratterizza ciascun essere umano in maniera più o meno stabile a partire dalla prima età adulta e ne determina pensieri, comportamenti e stili relazionali. Basti pensare ai profili di personalità schizoide e schizotipico i quali tendono a non intrattenere relazioni interpersonali poiché appaiono scarsamente interessati dalle interazioni e dal contatto con gli altri. Non si tratterebbe, però, di un evitamento prevalentemente funzionale a proteggersi dal mondo esterno o dal passare al vaglio dell’altrui giudizio, come avviene nei casi con componenti ansiose/evitanti. Uno studio condotto da Westen, Shedler, Bradley e DeFife (2012) ha riconosciuto la personalità schizoide-schizotipica tra i prototipi di personalità di tipo internalizzante, fornendone una descrizione che include carenze nelle modalità di comportamento sociale, peculiarità nei modi, nel pensiero e nel linguaggio utilizzato, tanto da percepirsi come degli outsider.
Vergogna, bassa autostima, timore dell’umiliazione, sembrano invece essere alcuni degli elementi dominanti che contraddistinguono la personalità evitante. Sebbene tale quadro personologico sia apparentemente affine al disturbo d’ansia sociale (o fobia sociale), si tratta di una condizione maggiormente pervasiva, strutturale, costante, in cui l’imbarazzo provocato dall’esposizione di sé non è legato al contesto, al contrario, rappresenta il sottofondo emotivo di una personalità che risente di un forte senso di solitudine. L’evitante ha una rappresentazione di diversità e/o di inadeguatezza personale che vive come uno stato di fatto, più o meno doloroso, una realtà con cui confrontarsi nella vita; ha la percezione stabile dell’impossibilità a condividere e/o appartenere al mondo relazionale e sociale (Popolo, Dimaggio, Marsigli & Procacci, 2007, p.
Giovani, isolamento e ritiro sociale
La condizione dell’uomo, del resto, è intrisa di paradossi e tra i più rilevanti vi è quello che lo vede sempre in bilico tra l’essere da solo e l’essere con l’altro. Nei casi di ritiro sociale e solitudine psicopatologica, siano questi egosintonici o fonte di ulteriore disagio e isolamento per il soggetto, l’instaurarsi di una relazione psicoterapeutica può essere la chiave per offrire al paziente una nuova dimensione relazionale: l’esperienza di un altro realmente disposto a mettersi in ascolto, a rendere il dolore comunicabile e a conciliare i termini di quel paradosso tipicamente umano che ci vede sempre oscillare tra gli estremi di relazionalità e soggettività. Per dirla con Safran (1993, pp. 21-22): "In life we must all inevitably negotiate the paradox that by the very nature of our existence we are both alone and yet inescapably in the world with others. We are alone at a fundamental level […] Although we are able to share many things with other people, many of our most important experiences will never be shared."
Superare i Pregiudizi sulla Depressione
Negli ultimi venti anni, grazie agli enormi progressi compiuti dalla psichiatria e alla diffusione di una migliore informazione scientifica, alla depressione è stato in parte tolto il pesante velo di ignoranza e pregiudizio di cui era avvolta in passato. Ciononostante, nel sentire comune ancora oggi la depressione è spesso confusa con la tristezza o con l’avvilimento, stati d’animo “normali”, in genere reattivi a eventi di vita negativi, sempre di breve durata e che comunque non condizionano il normale svolgimento delle attività quotidiane.
Come per gli altri disturbi vale il principio che ogni persona e ogni sofferenza rappresentano un caso a sé. La tendenza ad attribuire la depressione al carattere o a circostanze esterne, frutto della mancanza di informazioni scientificamente corrette, peggiora i sensi di colpa, la frustrazione e la sensazione di non essere compresi e, in ultima analisi, aggrava lo stato di sofferenza di chi già sta male.
Un secondo frequente errore è considerare chi soffre di depressione una persona semplicemente triste, avvilita o, ancor peggio, pigra, “debole di carattere”, “incapace di reagire alle difficoltà”. A un osservatore esterno può sembrare incredibile che una persona apparentemente sana non ce la faccia ad andare a lavorare e trascorra ore e ore in poltrona, rifiutandosi persino di fare una passeggiata, andare al cinema o vedere gli amici più cari.
È necessario pertanto evitare di esortare all’ottimismo (“va tutto bene, perché ti preoccupi tanto?”) e di far leva sull’orgoglio (“non ti vergogni a stare tutto il giorno a casa mentre gli altri lavorano?”) e sulla buona volontà (“fai uno sforzo, prova almeno a giocare a tennis”). Per quanto fatte a fin di bene (“cerco di scuoterlo, non posso vederlo buttato così”), queste sollecitazioni peggiorano lo sconforto, riducono la già bassa autostima, aumentano il senso di solitudine. In altre parole ottengono l’effetto opposto a quello voluto finendo con l’aggravare, piuttosto che migliorare, la situazione.
A volte un aiuto pratico e concreto, come per esempio preparargli una bevanda calda o portargli le medicine con un po’ d’acqua, può essere più utile di tante parole. Raccogliere più informazioni possibili, parlare con il medico di famiglia, rivolgersi ad associazioni per pazienti e familiari di chi soffre di depressione, sono le strade più semplici per arrivare ad un clinico che individuerà la cura più adatta per l’episodio depressivo in corso e, se necessario, per prevenire possibili ricadute.
Il Percorso Terapeutico e il Ruolo del Supporto Sociale
Nelle forme medie e gravi la terapia di prima scelta è di tipo farmacologico; la psicoterapia può essere un utile supporto ai farmaci per un sostegno in fase acuta, per la gestione di eventuali problemi psicologici e probabilmente (ci sono studi in corso) per ridurre il rischio di ricadute. Una volta iniziata la cura, per vedere i primi miglioramenti sono necessarie in media 2-3 settimane e in alcuni casi, in relazione al tipo di depressione e alla sensibilità personale, anche di più (fino a qualche mese).
Aiutate il vostro congiunto a portare avanti con fiducia la cura: assumere i farmaci, attendere il tempo necessario perché svolgano la loro azione e, in caso di risultati insoddisfacenti, tenere presente che esistono molti tipi di antidepressivi per cui trovare quello giusto per lui può richiedere più di un tentativo. Informatevi sugli eventuali effetti collaterali dei farmaci e collaborate alla loro gestione (per esempio, in caso di bocca secca non fate mancare in casa delle caramelle; se aumenta di peso optate per una cucina leggera). Ricordate infine che il vostro sostegno alla cura non si esaurisce con la fine dell’episodio. Pur non essendo sempre facile, è importante aiutarlo a mantenere una minima regolarità nelle attività quotidiane come lavarsi, cambiarsi i vestiti, non saltare i pasti.
Chi soffre di depressione vede la realtà attraverso il filtro del pessimismo e può prendere decisioni avventate dettate da stati d’animo profondamente negativi, a volte dominati da idee di rovina. Suggerite al vostro congiunto di rimandare qualunque decisione importante (per esempio interrompere un rapporto affettivo, cambiare lavoro o licenziarsi, fare una vendita importante) a quando, risolta la depressione, tornerà a vedere le cose nella loro giusta luce.
Per chi soffre di depressione è veramente difficile mantenere una vita sociale. Superata la fase più acuta, tuttavia, è opportuno aiutare il vostro caro a uscire dall’isolamento e a riprendere un po’ alla volta le relazioni iniziando con i parenti e gli amici più fidati. Molti studi scientifici confermano anche l’utilità di partecipare a gruppi di auto aiuto per depressi. Imparate quindi insieme al vostro caro a riconoscere i segni che possono precedere l’avvio di una nuova fase depressiva (per esempio, stanchezza inusuale, diminuzione della concentrazione, disturbi del sonno, inappetenza, facilità a cambiare umore, nervosismo, riduzione della concentrazione, mal di testa, minore desiderio sessuale) e segnalateli subito allo psichiatra.
Preparatevi comunque ad affrontare un nuovo episodio depressivo del vostro familiare. Quando si capisce che una depressione è in arrivo accettate ciò che sta accadendo, programmate le vostre attività e quelle della famiglia tenendo conto che la routine subirà dei cambiamenti, alcuni programmi potrebbero variare e sarà necessaria una maggiore disponibilità. Essere vicini a chi soffre di depressione può essere molto logorante/impegnativo sul piano emotivo. Programmate quindi uscite regolari per la spesa o per andare al cinema, come pure organizzate di tanto in tanto una cena tra familiari o una riunione tra amici.
L'Assistente Sociale nel Contesto della Salute Mentale
La figura professionale dell’assistente sociale, nell’ambito della salute mentale, si colloca all’interno di tutte le attività svolte dal Dipartimento di Salute Mentale (D.S.M.). Quest’ultimo rappresenta l’unificazione dei servizi per la salute mentale per l’intero ciclo di vita (dall’infanzia fino all’anzianità) del paziente e ha lo scopo di farsi carico della sua cura e della sua assistenza nell’ambito del territorio definito dall’Azienda Sanitaria Locale (A.S.L.); le attività che svolge il Centro di Salute Mentale (C.S.M.) territorialmente competente riguardano la cura, la riabilitazione, la prevenzione, la formazione e l’informazione. Il C.S.M. è il primo punto di riferimento per il cittadino che ne abbia bisogno.
Il paziente deve affrontare innanzitutto un percorso di empowerment, ossia la conquista, sia individuale sia nel gruppo, della consapevolezza di sé e delle proprie decisioni, scelte e azioni. L’obiettivo è far emergere risorse latenti e accompagnare l’individuo ad appropriarsi, progressivamente, del suo potenziale inespresso, e talvolta, inesplorato. L’uomo è, in linea generale, consapevole di esprimere stati d’animo, situazioni intrapsichiche e bisogni attraverso una comunicazione che può essere verbale o corporea; in tal senso, egli deve ascoltare i segnali di allarme che il corpo emette ed attivarsi, così, per migliorare la propria condizione di salute, chiedendo aiuto a professionisti competenti quando è il caso. Puntare alla realizzazione di sé significa progettare, assumersi la responsabilità di gestire la propria esistenza con autonomia e portarla avanti con un certo livello di soddisfazione. Una crisi depressiva da questo punto di vista, può addirittura rivelarsi come una svolta significativa nella vita. Con la depressione si soffre intensamente, proprio perché il soggetto deve attingere a forze su cui prima non avrebbe mai ritenuto di contare. La sofferenza deve essere tradotta in istanze di cambiamento, dando voce alle proprie emozioni, ricomponendo armonicamente, per quanto possibile, le scissioni interne.
La rete formale con le istituzioni competenti, la rete informale con il supporto della famiglia, degli amici e dell’ambiente che circonda il soggetto ma soprattutto l’individuo stesso, sono risorse importantissime nel percorso terapeutico-riabilitativo. Dividere la società in due gruppi, ossia quello dei soggetti “sani” e quello dei soggetti “malati”, genera disparità e paura, alimenta il pregiudizio e umilia la dignità della persona.
L'Importanza del Supporto Sociale nella Depressione
L’isolamento sociale è uno dei fattori di rischio più significativi per la depressione. Quando le persone si sentono sole e disconnesse dagli altri, sono più propense a sviluppare sintomi depressivi. Quando la solitudine prende il sopravvento, la connessione con gli altri si attenua, ed è facile sprofondare in un vortice di pensieri negativi. Costruire una rete di supporto sociale è un punto cardinale nella cura della salute mentale.
- Supporto emotivo: Ricevere e dare supporto emotivo è come offrire un rifugio sicuro per trovare conforto e comprensione. Fornire supporto emotivo significa creare uno spazio di ascolto attivo e non giudicante, per accogliere una storia. Condividere le emozioni permette di renderle valide e sentirsi accolti in ogni parte di sé. Significa essere presenti gli uni per gli altri, senza dare suggerimenti né cercare di risolvere i problemi altrui.
- Supporto informativo: Affrontare un episodio depressivo per la prima volta non è facile. Se ti trovi davanti a una situazione nuova, sconosciuta e magari imprevista, è importante ricevere consigli utili per comprendere e affrontare la propria esperienza. Il supporto informativo viene offerto da professionisti ed esperti e permette di prendere decisioni informate e consapevoli. Comprende un’educazione sulla condizione, sui sintomi e sui trattamenti; suggerimenti pratici e indicazioni verso risorse, terapeuti, gruppi di sostegno o enti specializzati.
- Supporto pratico: La depressione può portare a difficoltà nello svolgere attività quotidiane che un tempo erano più semplici. Spesso si sente la mancanza di energie e di motivazione, oppure l’ansia è paralizzante. Chiedere aiuto nello svolgimento di attività quotidiane come fare la spesa, cucinare o un aiuto nella cura dei figli permette di superare sfide apparentemente grandi e dedicare del tempo in più a se stessi. Offrire e richiedere supporto pratico richiede chiarezza, umiltà e disponibilità.
- Supporto professionale: Un supporto di tipo professionale è fondamentale nel trattamento della depressione perché fornisce interventi mirati per gestire e superare i sintomi della depressione. I professionisti della salute mentale offrono diagnosi accurate per sviluppare piani di trattamento personalizzati. In un contesto professionale viene offerto un approccio non giudicante e uno spazio sicuro per esplorare e rielaborare i propri vissuti.
- Supporto spirituale o religioso: Per alcune persone, la spiritualità o la fede rappresentano una risorsa importante nel proprio percorso di ricerca e mantenimento del benessere. Esistono numerose pratiche spirituali di gruppo, come la meditazione o la preghiera comunitaria.
Ogni persona ha bisogni ed esigenze diverse: non tutti necessitano di ogni forma di supporto. Il supporto sociale è un elemento importante di un percorso di guarigione sostenibile ed efficace. Da un lato ricevere un aiuto pratico permette di liberare tempo e spazio per concentrarsi su di sé e alleviare fattori di stress, dall’altro condividere esperienze e raccontare i propri vissuti, soprattutto se ad altre persone che hanno affrontato situazioni simili, è utile per imparare da chi ha già vissuto esperienze simili.

La Complessa Interazione tra Esperienze Personali e Professione
Nel caso di "Miky", la sua reazione aggressiva, pur comprensibile data la pressione della malattia della figlia e la frustrazione lavorativa, è stata segnalata agli assistenti sociali. È fondamentale comprendere che la segnalazione non è necessariamente un'accusa, ma un avvio di un processo volto a valutare la situazione e offrire supporto.
Il medico, pur potendo forse offrire inizialmente un sostegno psicologico diretto, ha agito secondo protocollo segnalando una potenziale criticità. Gli assistenti sociali sono lì per valutare il benessere dell'individuo e della famiglia, e la loro interazione può portare a soluzioni e supporto, non necessariamente a conseguenze negative.
Giovani, isolamento e ritiro sociale
È consigliabile che Miky si prepari a dialogare apertamente con gli assistenti sociali, spiegando la sua situazione di stress, la sua dedizione alle figlie e la sua ricerca di sbocchi lavorativi. La trasparenza e la volontà di collaborare sono elementi chiave. Intraprendere un percorso con uno psicologo, come suggerito, sarebbe estremamente utile per gestire le emozioni negative, lo stress e sviluppare strategie di coping più efficaci. Questo non solo aiuterà Miky a superare questo momento difficile, ma dimostrerà anche agli assistenti sociali la sua proattività nel prendersi cura del proprio benessere psicologico.
Accettare e affrontare la depressione, sia essa propria o di un familiare, è un percorso tortuoso e all’inizio può sembrare complesso e difficile. È importante superare la vergogna che spesso porta a isolarsi e chiedere aiuto. Questo è contenuto divulgativo e non sostituisce le diagnosi di un professionista.
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