Avatar: Oltre lo Schermo, un Viaggio nell'Empatia e nella Normalizzazione della Disabilità

Più che una pellicola di genere, "Avatar" è un’esperienza visiva. Sul fantastico pianeta di Pandora, ideato e realizzato da James Cameron in 15 anni di gestazione creativa, la forza delle immagini dirompe in una storia di scelte e sentimenti. Dalla spiritualità panica alla condanna delle guerre di conquista, dal potere della tecnologia al trionfo della natura: Cameron racconta un mondo alla rovescia in cui l’alieno e il diverso sono dentro di noi, si mescolano e si scambiano fino a confondersi. Ed è proprio un diverso il protagonista di "Avatar": diverso dagli uomini del suo mondo, perché vive su una sedia a rotelle; diverso dagli abitanti di Pandora, popolo extraterrestre dalla pelle azzurra e dal fisico imponente; diverso da se stesso, con quella doppia vita che il destino gli ha riservato.

Illustrazione del pianeta Pandora con la sua flora e fauna esotiche

Per la prima volta, il cinema di Hollywood affida ad una persona disabile il ruolo di protagonista in un blockbuster internazionale. Non mancano, nella storia del cinema, esempi di pellicole più o meno riuscite sul tema della disabilità fisica: quasi sempre reduci, che sia della Seconda guerra mondiale (“Il mio corpo ti appartiene”, 1950) o del Vietnam (“Nato il quattro luglio”, 1989) poco cambia; talvolta artisti (“Il mio piede sinistro”, 1989) o meccanici di nave inchiodati in un letto (“Mare dentro”, 2004). Sul grande schermo non va in scena l’esplorazione del mondo dell’handicap, non c’è analisi o approfondimento. Poco importa la vita precedente del protagonista: quel che conta, sopra ogni cosa, è il tempo presente. Nel gioco degli opposti, Cameron trova la quadratura del cerchio e dirige una pellicola che integra la figura della persona disabile attraverso un processo di “normalizzazione”. Con “Avatar”, allora, si definisce un paradigma difficilmente riscontrabile nel panorama cinematografico e dei mass media in genere, poco interessati a fornire una comunicazione attenta e responsabile sul tema.

La Disabilità: Oltre la Definizione, un Percorso di Comprensione e Inclusione

Le parole, ricorda lo scrittore Karl Kraus, sono “la madre del pensiero”. E pensare alla disabilità con le parole corrette è il primo passo per favorire una reale comprensione e integrazione del fenomeno. Non più “disabile”, dunque, ma “persona disabile” perché la sostanza dell’umanità comune resta identica anche se cambiano le qualità esteriori. È per questo che “Avatar” segna una strada ancora inesplorata, abbandonando il cliché del cinema di genere e lasciando che siano le immagini a parlare più che le persone. Attraverso la ricchezza della sceneggiatura e la laboriosità della computer graphic, che nell’abbondanza delle forme e nella saturazione della scena raggiunge la cifra della semplicità stilistica, la storia è ridotta all’essenziale. Ogni personaggio, quand’anche caricaturale e stereotipizzato, trova la giusta collocazione e partecipa alla composizione di un quadro narrativo che offre indicazioni e suggestioni ma delega allo spettatore il compito di interpretare. Così della disabilità non si fa più racconto ma esperienza di vita.

Capire che cos’è la disabilità è un tema aperto al giorno d’oggi per via della sua importanza. Merita una discussione continua e approfondita poiché influisce sulla vita di milioni di persone in tutto il mondo. Conoscere che cos’è la disabilità aiuta a migliorare la consapevolezza e a promuovere l’inclusione sociale.

La Disabilità è trattata nel modo corretto? - con Disabil-Mente

In Italia, nel 2009, è stata ratificata la Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità del 2006. “Le persone con disabilità includono sia quelli che hanno minorazioni fisiche, mentali, intellettuali o sensoriali a lungo termine, sia quelli che interagiscono con varie barriere che impediscono la loro piena ed effettiva partecipazione nella società.” Questo è quanto afferma la Convenzione. In precedenza, nel marzo del 1971, è stata approvata la legge sull’invalidità civile (Legge 118/71) che ha introdotto nuovi diritti, anche a livello lavorativo, per questa categoria sociale. Dati che ci fanno capire quanto il problema sia sentito a livello nazionale e non solo. Basti pensare che in Italia le persone disabili sono ben 3,1 milioni, pari al 5,2% della popolazione. Ecco perché è sempre più importante conoscere da vicino il mondo della disabilità per sapere che cos’è la disabilità e come comportarsi con una persona disabile.

Distinzioni Fondamentali: La Persona Prima della Condizione

C’è un concetto da chiarire prima di dare una definizione di che cos’è la disabilità. È importante comprendere, infatti, che la disabilità non definisce una persona ma, piuttosto, è solo una parte della sua identità. Si tratta di una condizione che limita una persona nella sua capacità di svolgere attività quotidiane. Può riguardare una vasta gamma di limitazioni, da quelle fisiche a quelle di tipo cognitivo o sensoriale. Le disabilità possono essere presenti fin dalla nascita o possono derivare da eventi che sopravvengono durante la vita di una persona. Ogni persona con disabilità ha una storia unica e affronta sfide diverse. Conoscere che cos’è la disabilità significa anche comprendere l’impatto che può avere sulla vita quotidiana di chi ne è affetto.

Un tema che, negli anni, è diventato sempre più sentito tanto che l’Organizzazione delle Nazioni Unite, nel 1981 (Anno Internazionale delle Persone Disabili), ha proclamato la Giornata Internazionale delle Persone Disabili. Lo scopo è quello di sensibilizzare l’opinione pubblica sul perseguire gli obiettivi di benessere, inclusione e difesa dei diritti dei cittadini disabili. Questa speciale giornata ricorre ogni 3 dicembre.

Tipologie di Disabilità: Un Panorama Variegato

Per capire che cos’è la disabilità, bisogna parlare dei diversi tipi e delle caratteristiche specifiche che questa condizione può presentare, sia per chi è disabile che per la famiglia che lo assiste. Vediamo alcuni dei tipi di disabilità più comuni.

  • Disabilità fisiche: coinvolgono problemi di mobilità o controllo motorio. Queste possono derivare da lesioni spinali, malattie neuromuscolari o congenite.
  • Disabilità cognitive: riguardano difficoltà nell’apprendimento, nell’elaborazione delle informazioni o nel pensiero astratto. Esempi includono la dislessia o la sindrome di Down.
  • Disabilità sensoriali: colpiscono la vista, l’udito o altri sensi. Le persone con queste disabilità possono richiedere dispositivi di assistenza come apparecchi acustici o occhiali.
  • Disabilità psicologiche: influenzano la salute mentale e possono incidere sull’umore, il comportamento o la percezione della realtà, come nel caso della depressione o del disturbo d’ansia.

Le Radici della Disabilità: Cause Diverse e Complesse

Le disabilità possono avere diverse cause, tra cui:

  • Traumi fisici, come incidenti stradali o infortuni sportivi;
  • Malattie congenite o genetiche;
  • Infezioni o malattie croniche;
  • Condizioni legate all’invecchiamento.

Infografica che illustra le diverse tipologie di disabilità e le loro cause

Costruire Ponti di Supporto: Come Sostenere una Persona Disabile

La gestione della disabilità dipende dal tipo e dalla gravità della condizione. Conoscere che cos’è la disabilità permette di offrire un supporto adeguato e rispettoso. Alcune persone possono richiedere cure mediche a domicilio continue, terapia fisica o riabilitazione. Altre potrebbero aver bisogno di supporto nella vita quotidiana, come l’assistenza personale per disabili o l’accessibilità.

Sostenere una persona disabile richiede sensibilità, empatia e una comprensione profonda delle loro esigenze. Ecco alcuni modi in cui puoi offrire supporto a una persona disabile:

  • Comunicazione empatica: Ascolta attentamente ciò che la persona disabile ha da dire e fai domande per capire meglio le sue esigenze e desideri.
  • Offrire assistenza pratica: Se la persona disabile richiede aiuto fisico, come spostarsi o fare le commissioni, offriti di aiutare, rispettando la sua autonomia.
  • Promuovere l’accessibilità: Assicurati che gli ambienti siano accessibili alle persone disabili, ad esempio con rampe o segnalazioni tattili.
  • Essere pazienti: Alcune attività possono richiedere più tempo per una persona disabile. Sii paziente e concedi loro il tempo necessario.
  • Fornire supporto emotivo: La disabilità può essere emotivamente sfidante. Offri un ascolto empatico e conforto quando necessario.

Capire che cos’è la disabilità è un dovere di ciascuno di noi. È un aspetto della vita che coinvolge molte persone in tutto il mondo e necessita di sostegno sia morale che fisico. Trattare questo argomento con sensibilità, empatia e comprensione è essenziale per costruire una società più inclusiva. Conoscere i diversi tipi di disabilità e le risorse disponibili è il primo passo per promuovere l’integrazione e il rispetto. Offrire supporto quando necessario e promuovere l’accessibilità e l’inclusione sono i pilastri fondamentali.

L'Importanza del Pensiero Critico nell'Era dell'Informazione: Navigare tra Narrazioni e Realtà

Il pensiero critico ci consente di essere persone più “libere”, più capaci cioè di guardare con capacità di giudizio attento e consapevole alle informazioni a cui siamo esposti. Inoltre, questa società, con l’imperante affermazione dei social network, consente meccanismi di più rapida produzione e diffusione di notizie di ogni tipo e questo genera una limitazione dello span attentivo dei fruitori di informazioni. Aumentano contestualmente le notizie false o, perfino, le ampie narrazioni costruite ad arte e per gli scopi più diversi (economici, politici, ecc.).

Ci sono diversi motivi per cui talvolta si riscontra scarsa tensione al pensiero critico nei confronti di una particolare informazione. Registriamo intanto l’economicità mentale dell’accettazione supina dell’informazione presentata. È più comodo accettarla che analizzarla criticamente, in quanto questo comporta un costo aggiuntivo di risorse. L’analisi dell’informazione richiede infatti ricerche ulteriori, confronti, valutazioni della fonte. E questo può risultare poco attraente per chi magari, per i più vari motivi, anche congiunturali, ha una tendenza un po’ più “pigra” ad affrontare mentalmente le questioni che gli si presentano.

Inoltre, le narrazioni fallaci danno spesso risposte “semplici” (semplicistiche) a problemi complessi. Ad esempio, una narrazione che ci mette comodamente a disposizione “il colpevole” di una situazione che stiamo vivendo (economica, culturale, politica, ecc.), si presta ad essere più facilmente e favorevolmente adottata (anche perché suscita emozioni forti, come la rabbia o la paura) rispetto ad una narrazione che mette onestamente e faticosamente in campo le tante variabili, fra l’altro interdipendenti, che la più prosaica realtà quasi sempre presenta. Molto più semplice e accattivante risulta quindi la narrazione che spiega tutto in modo manicheo, con una netta divisione in buoni e cattivi, bianco e nero: senza perdersi nella complessa gradazione dei grigi o dei mille colori della vita reale. E che si avvale, possibilmente, del deresponsabilizzante “per colpa di…”.

E la scuola? Il pensiero critico non è una capacità “entitaria”, qualcosa che hai o non hai in una certa misura, per dotazione genetica, per tua natura. È innanzitutto un’abitudine mentale. Il metodo didattico del debate può qui rivelarsi particolarmente utile, in quanto abitua gli studenti ad affrontare le situazioni attraverso un’analisi attenta e ponderata di una determinata tesi, rispetto alla quale, dopo che si sono fatte le opportune ricerche, la classe può dividersi in favorevoli e contrari e costruire gli elementi argomentativi a supporto delle due posizioni contrapposte.

Diagramma che illustra il processo di pensiero critico

Aspetti Psicologici e Sociali della Disabilità: Sfide e Meccanismi di Compensazione

Le persone con handicap portano con loro una sofferenza psicologica, oltre che fisica, molto grande; possono incorrere in depressioni, scompensi dovuti alla non accettazione di alcuni sintomi della malattia, difficoltà nel progressivo distacco dalle figure genitoriali e nei rapporti sociali e proprio a causa della loro dis-abilità sono più vulnerabili alle sfide che ogni bambino deve attraversare nel suo sviluppo. Per quanto sia adeguato l’intervento (educativo, di assistenza, psicologico) il danno organico o la malattia continueranno a influenzare la quotidianità, ma se si riesce a fare una buona valutazione delle capacità e delle risorse della persona disabile, definendo e lavorando sull’area potenziale di sviluppo, è possibile attivare talvolta quel particolare meccanismo chiamato di compensazione all’handicap, ovvero quel meccanismo che si attiva quando la persona disabile investe le proprie energie, i propri sforzi per riuscire in un’attività, che solitamente appartiene ad un’area non coinvolta dalla malattia.

Ruben Gallego, un ragazzo disabile, scrive in “Bianco su nero”, il suo libro autobiografico: “Sono un ritardato. Non è un nomignolo offensivo, è semplicemente un dato di fatto. Ho un livello intellettuale troppo basso per un’esistenza autonoma, per una forma pur elementare di sopravvivenza. So fin da piccolo che il ritardo mentale può essere compensato o non compensato. Il ritardo compensato è quello per cui si ha una carenza intellettuale che ti permette comunque di vivere nella società senza dover contare sull’aiuto altrui. L’esempio standard di ritardo compensato è solitamente quello di individui con disturbi mentali che, grazie agli sforzi di dottori e pedagoghi, riescono a imparare un mestiere, magari quello di imbianchino o portinaio. Quanto a me, i pedagoghi mi hanno insegnato a risolvere equazioni complesse, i dottori mi hanno diligentemente rimpinzato di medicine e ingessato con grande zelo, ma i loro sforzi sono risultati vani. A tutt’oggi non sono in grado di sollevare un pennello da imbianchino”. Nonostante la diagnosi sia qualcosa di statico, che spesso non rende conto dell’unicità della persona che abbiamo di fronte, credo sia importante documentarsi sulle caratteristiche delle malattie delle persone che si assistono; acquisire informazioni sulla disabilità è però solo il primo passo che permette di evitare intanto errori grossolani e di conoscere anche in quali rischi essi incorrono ogni giorno, e quale prospettiva di vita li aspetta.

La Famiglia di Fronte alla Disabilità: Lutto, Angoscia e Ferite Narcisistiche

Nel lavorare con l’handicap è importante tenere presente se l’handicap è congenito oppure in quale fase dello sviluppo si è verificato. A.Freud parla dell’handicap congenito come “dotazione naturale handicappata” e afferma che qualunque singolo difetto nell’equipaggiamento innato dell’individuo è sufficiente a gettare nello scompiglio l’intero corso dello sviluppo molto al di là della sfera in cui si colloca il danno stesso. Nello sviluppo vi è l’evoluzione della relazione simbiotica madre- bambino (diade) in una serie di scambi che lo mettono in relazione prima con la famiglia: padre, fratelli, nonni, zii e poi con il resto del mondo (compagni di asilo, amici). La madre ha la funzione di “presentare il mondo al bambino” ed “il bambino al mondo”. Il progressivo distacco coinvolge anche la cura del corpo del bambino, che diventa sempre più autonomo; alcune disabilità rendono impossibile alla persona l’acquisizione dell’autonomia nella cura di sé, e ciò determina spesso l’impossibilità di uscire dal rapporto simbiotico con la madre. Rapporto che racchiude una grande ambivalenza: amore e dedizione, certamente, ma anche tanta rabbia per essere nato disabile. Spesso questa rabbia non è direttamente rivolta alla madre, da cui il disabile sente di dipendere, ma è proiettata, potremmo dire “dirottata”, su altre persone (altri familiari o operatori).

L’opera “Riccardo III” di Shakespeare mostra da una parte il pensiero del tempo, che vedeva le persone con handicap come segnate dal maligno, dall’altra la situazione in cui un danno fisico si lega a un danno relazionale. Riccardo III, nato disabile, si sente defraudato della bellezza e dell’amore e si sente in diritto di non avere scrupoli per ottenere quello che voleva, esercitando una inconscia vendetta.

I bambini disabili incontrano due genitori che non solo devono curarsi di un bambino con deficit, ma devono anche superare il lutto per il bambino sano che avevano immaginato e gestire l’angoscia per il proprio futuro e quello del figlio. Nel film “Le chiavi di casa” Kim Rossi Stuart è un padre che incontra per la prima volta il figlio disabile, abbandonato anni prima; egli lo accompagna in un ospedale all’estero dove deve compiere un’importante operazione; lì incontra una donna, madre di una bambina ricoverata cui nega di essere il padre del ragazzo. Perchè lo nega? Qual è il sentimento che prova? Ciò che prova è vergogna. Un figlio viene considerato un atto d’amore che permette alla coppia di accedere ad un altro momento del proprio percorso, del proprio ciclo vitale: da figli essi diventano genitori. La loro capacità di generare la vita, come i propri genitori hanno fatto con loro, è motivo di orgoglio e soddisfazione, oltre che avere importanti significati simbolici. La nascita di un figlio disabile può provocare nei genitori una sensazione di fallimento; nella madre in particolare, direttamente e fisicamente interessata dalla gravidanza, può nascere anche un grande senso di colpa per aver generato un bambino che sente “difettoso”. In questo senso, la coppia genitoriale può sentirsi profondamente ferita dall’arrivo del bambino disabile nelle proprie aspettative ed orgoglio: una ferita nell’autostima dei genitori, clinicamente chiamata ferita narcisistica. E questa profonda angoscia spesso non è condivisa, perché la nascita di un bambino disabile può allontanare i membri della coppia, in primo luogo affettivamente, in quanto la sessualità può essere poi vissuta come qualcosa di pericoloso, associato alla nascita di un essere imperfetto. La coppia può inoltre ricercare in uno dei genitori la “tara genetica” che ha causato l’handicap, e generare grossi e violenti confronti, così come sfociare in un silenzioso rancore.

L'Adolescenza e la Disabilità: Un Percorso di Crescita tra Accettazione e Integrazione

Cosa succede all’adolescente disabile quando si trova di fronte a questi improvvisi e travolgenti cambiamenti? In che modo la disabilità influisce sulle relazioni intra-familiari tra pari? Intendiamo come disabilità la condizione di chi, a causa di una o più menomazioni, si trova ad avere una ridotta capacità di interazione con l’ambiente sociale rispetto a quella che viene considerata come norma. Durante l’adolescenza, infatti, determinate caratteristiche che differiscono da quelle attribuite al gruppo di coetanei di riferimento sono percepite dall’individuo che ne è interessato al pari di una disabilità. Dunque l’adolescente non disabile può trovarsi a condividere con l’adolescente disabile i medesimi vissuti di diversità e inadeguatezza a causa di caratteristiche come il peso corporeo, i difetti estetici, le difficoltà di apprendimento.

Quando parliamo di disabilità sensoriale e motoria, le trasformazioni dal punto di vista fisico e il confronto con il gruppo di coetanei fisiologico a questa età metteranno il giovane di fronte alle proprie diversità dal punto di vista fisico. Un aspetto che può rendere più ostico il già lungo percorso di accettazione del proprio corpo e la creazione di un’immagine individuale di cui la disabilità sia parte integrante. Gli adolescenti che invece presentano un deficit intellettivo o psichico, avranno una maggiore difficoltà a relazionarsi con le pulsioni sessuali della pubertà. Potrebbero infatti fare fatica ad attribuire un significato agli impulsi sessuali quando questi si verificano e a regolarli, così come faranno più fatica a elaborare il lutto per la fine dell’infanzia e a separarsi dalla percezione di sé come dipendenti dai propri genitori. Un altro problema della fase adolescenziale è l’autostima insufficiente, che porta l’adolescente che la sperimenta a forti vissuti di vergogna, che si scontrano con la necessità di socializzare, entrare in connessione intima con i propri coetanei e inserirsi in un gruppo. La conseguenza può essere un atteggiamento di passività, di rinuncia e di isolamento dal contesto sociale per evitare il confronto, a cui non ci si sente preparati, e per sottrarsi agli sguardi del prossimo, oppure un atteggiamento di negazione della realtà.

L’adolescente disabile, trovandosi in un momento di sviluppo del pensiero e delle funzioni cognitive, diventa totalmente consapevole della propria disabilità e si trova a dover elaborare aspetti della sua vita che in passato poteva aver in parte negato, questo a prescindere dal grado e dalla tipologia della disabilità spesso. Quando si parla di disabilità ci si riferisce a una condizione che si riflette anche sulla vita di tutte le persone che vivono attorno alla persona che ne è interessata. Per i genitori la scoperta della disabilità di un figlio costituisce un trauma, che può portare alla negazione o alla minimizzazione della disabilità quando il figlio è ancora nella prima infanzia, mentre, con l’adolescenza è inevitabile confrontarsi con il dolore che provoca. Percependo inoltre il figlio come più fragile e l’ambiente che lo circonda come ostile, il genitore può diventare iperprotettivo, con comportamenti assistenziali e infantilizzanti, che limitano gli atteggiamenti dell’adolescente finalizzati all’autonomia. Sia in caso di iperprotezione, sia in caso di negazione della disabilità, lo stato emotivo che provoca questi atteggiamenti è la paura. L’adolescente con disabilità, per quanto i suoi processi evolutivi siano analoghi a quelli dei suoi coetanei, durante il percorso verso l’età adulta deve far fronte a una quota di dolore psichico più elevata. L’adolescente disabile si trova di fronte al bisogno di integrare la propria disabilità in una nuova immagine di sé, a cui si oppone la necessità di essere accettato dai coetanei. Questo stato può essere molto pesante da elaborare e può sfociare in un blocco nel percorso di risoluzione dei compiti evolutivi, la cui conseguenza è il ritorno a comportamenti associati all’infanzia e il tentativo di sfuggire dalle situazioni che espongono il giovane alle sue fragilità.

Il Concetto di "Appendiabiti" e la Critica al Vittimismo

Vi è la tendenza a mettere la persona con handicap in una certa categoria, in sottocategorie diagnostiche, senza guardare la sua unicità, le sue peculiarità; tuttavia nel lavoro con i disabili ci sono alcuni aspetti psicologici comuni, che sarebbe importante tenere a mente. Il Concetto di appendiabiti: gli handicap, soprattutto quelli fisici, possono divenire degli appendiabiti in cui appendere i propri conflitti: il ragazzo disabile potrebbe dire infatti “non riesco perché sono cieco (o sordo o disabile)” ma in realtà la disabilità non impedisce tutto, anzi, a volte ha addirittura una piccola importanza rispetto ad altri conflitti interni. Nel libro “Pavimento a mattonella” una ragazza disabile mostra tutta la sua furbizia “io, a quelli che vogliono farmi fare qualcosa, dico spesso, nell’orecchio, ti voglio bene e quasi sempre ci cascano. Pretendono di meno che io faccia qualcosa”. Cogliere questi atteggiamenti è importante perché, prima di tutto, si riconosce un pensiero acuto ed intelligente; in secondo luogo, riconoscere questo atteggiamento ci permette di non colludere con l’intenzione del disabile di apparire come vittima. Sarebbe importante comunicare alla persona disabile che utilizza il vittimismo come atteggiamento prevalente, che facendo così egli si mette già in una posizione di inferiorità, di svantaggio rispetto agli altri, invece di farsi apprezzare per le sue qualità e capacità.

Secondo E.Jacobson “la mente umana è inconsciamente incline a far corrispondere e confondere la perfezione morale con quella fisica. Pertanto le persone fisicamente stigmatizzate sono comunemente disprezzate, temute e trattate come se la loro condizione provasse che sono moralmente cattive”. La persona disabile “stimola il sadismo e la mostruosità dei sani”, in quanto questi ultimi proiettano su di lui la propria cattiveria: il disabile è allora cacciato o evitato perché “cattivo” (o viene fatto oggetto di scherno o abuso); inoltre il disabile se possiede un aspetto non piacevole può suscitare paura, specie nei bambini: dal momento che impaurisce lo si ritiene cattivo proprio perché impaurisce.

Accessibilità e Vita Quotidiana: Dalle Sfide Fisiche alle Barriere Sociali

Dai gradini dell'ingresso alla posizione dei tavoli. Accesso. Per una persona cosiddetta “normale” è un vocabolo che non genera nessun problema. Andare al ristorante è un piacere. Non si può non iniziare con il tema del gradino o dei gradini all’ingresso. I bagni. Il bagno dei maschi è quasi sempre troppo piccolo anche solo per entrarci. Gradini interni. Tavoli. Succede, a volte, che il tavolo sia troppo basso. Posizione nella sala. Cosa succede quando il tuo tavolo è l’ultimo e devono alzarsi tutti per farti passare? Ammetto che questa è una delle condizioni che mi ha causato più imbarazzo. Nessuno dei clienti dirà mai nulla. Non è mai successo. Però è una situazione estremamente fastidiosa. Parcheggio. Non sempre è agevole. Non sempre nelle grandi città è vicino al locale. Tempi di attesa. Non sempre si riesce a resistere a una cena intera. Un inconveniente per un disabile (quindi tendenzialmente una persona non al massimo della forma fisica) possono essere i tempi di attesa dei piatti, soprattutto in menu degustazione particolarmente elaborati che dilatano eccessivamente la durata del pranzo/cena. La strada per il ristorante. Alcune mete, anche solo soggettivamente parlando, sono difficilmente raggiungibili. Personalmente i posti più ostici da Milano sono Marche e Abruzzo. Non sono così lontani per andarci in aereo, non sono così vicini per essere raggiunti facilmente in macchina. Informazioni esaurienti sull'accessibilità del locale. È necessario, quando si sceglie un ristorante, informarsi all’atto della prenotazione sui problemi soprattutto di accessibilità.

Immagine di una rampa di accesso per sedie a rotelle

Accessibilità in generale. A ottobre mi è capitato di essere invitato all’inaugurazione del ristorante Il Luogo di Aimo e Nadia di Milano, aperto dopo una ristrutturazione che ha riguardato, fra le altre cose, la formazione di una rampa nel cortile per l’accesso e la costruzione di un bagno adattato per disabili.

Testimonianze di Vita: Resilienza e Fede di Fronte alle Avversità

Classe 1973, vive a Cameri (Novara), dove lavora come applicato presso il Comune. Appassionatissimo di tutto quanto riguarda il mondo della gastronomia e dei ristoranti, cliente ideale per la Guida dei ristoranti dell’Espresso 2018. Sebbene alla nascita pesassi circa tre chili, il medico capì che avevo un grave problema di salute. Durante il parto mi si erano fratturate diverse ossa. Soffro di una malattia congenita chiamata osteogenesi imperfetta, un’anomalia per cui le ossa risultano molto fragili. Fui trasferita d’urgenza in sala operatoria, ma i medici non avevano molte speranze di salvarmi.

SONO nata a Canberra, la capitale dell’Australia, il 14 giugno 1972. Contrariamente alle aspettative sopravvissi, ma contrassi la polmonite. Pensando che sarei morta comunque, i medici non mi somministrarono alcun farmaco e decisero di “lasciare che la natura seguisse il suo corso”. Posso solo immaginare quanto dev’essere stato difficile quel periodo per i miei genitori. Dato che le mie prospettive di sopravvivenza erano piuttosto scarse, alcuni sanitari benintenzionati consigliarono loro di non affezionarsi troppo a me. Anzi, nei primi tre mesi di degenza in ospedale, i miei genitori non poterono neanche toccarmi perché il rischio di causarmi lesioni era troppo elevato. Papà e mamma però decisero di portarmi a casa. Dovete sapere che mia madre aveva appena iniziato a studiare la Bibbia con i testimoni di Geova e ciò che imparava aveva accresciuto il suo senso del dovere nei miei confronti. Ma dev’essere stato difficile per lei attaccarsi a me dato che dedicava tutte le sue risorse emotive e fisiche alle continue cure di cui avevo bisogno. Spesso dovevo essere portata in ospedale. Le mie ossa si rompevano anche per cose banali, come quando mi facevano il bagnetto. Man mano che crescevo, la sedia a rotelle divenne la mia compagna inseparabile. Di imparare a camminare non se ne parlava nemmeno. Mia madre inoltre ce la metteva tutta per insegnarmi il confortante messaggio della Bibbia. Per esempio mi insegnò che in futuro Dio trasformerà la terra in un paradiso nel quale tutti godranno di salute perfetta in senso spirituale, mentale e fisico.

All’inizio frequentai una scuola per disabili. Gli insegnanti non mi posero davanti alcun obiettivo, e neppure io ne avevo, perché già resistere a scuola era difficilissimo. Molti ragazzi erano crudeli con me. In seguito frequentai una scuola normale. Devo dire che imparare ad andare d’accordo con gli altri fu estenuante in senso fisico, emotivo e mentale. Specialmente nel periodo delle superiori la vita dei miei compagni di scuola mi sembrava disperata e vuota. Pensavo anche agli insegnamenti biblici di mia madre. Mentalmente sapevo che erano veri, ma all’epoca non mi avevano ancora toccato il cuore. All’età di 18 anni lasciai la casa dei miei genitori per andare ad abitare con altri disabili. Questa cosa mi elettrizzava ma mi procurava anche un certo timore. Nuove forme di libertà, indipendenza, avere degli amici e condurre un’intensa vita sociale erano tutte cose affascinanti. Molti miei amici si sposarono. Anch’io desideravo avere un coniuge e sentirmi amata, ma a causa della mia invalidità questo era poco probabile. Comunque, non ho mai incolpato Dio della mia condizione. Avevo imparato abbastanza riguardo a lui da sapere che non avrebbe mai agito ingiustamente. (Giobbe 34:10) Cercai di accettare la mia vita per quello che era.

Venuta a conoscenza della mia situazione, mia madre si mise in contatto con un anziano di congregazione che viveva nei miei paraggi, il quale mi telefonò per invitarmi ad assistere alle adunanze cristiane nella locale Sala del Regno dei Testimoni di Geova. Man mano che ripassavo le verità bibliche che mia madre mi aveva insegnato anni prima, la mia visione della vita migliorava. Mi piaceva stare in compagnia di altri cristiani. Tuttavia mi ero abituata a non parlare dei miei sentimenti per timore di essere ferita. Probabilmente era questo che mi rendeva difficile coltivare un profondo amore verso Dio. Sapevo però che era giusto dedicare la mia vita a lui. Lasciai la casa che condividevo con altri disabili e presi un appartamento per conto mio. Questo cambiamento comportò vantaggi e svantaggi. Per esempio mi sentivo molto sola ed ero spaventata al pensiero che qualche uomo si introducesse in casa. Sprofondai di nuovo nella depressione. Cercavo di sorridere e di avere un’aria serena, ma il mio stato d’animo era ben diverso. Ritengo che Geova Dio mi abbia provveduto proprio questo tipo di amica. Gli anziani della congregazione locale disposero amorevolmente che Suzie, una sorella sposata, continuasse a studiare la Bibbia con me. Suzie non fu solo un’insegnante. Suzie mi insegnò a parlare ad altri delle cose che imparavo, sia nel ministero di casa in casa che in circostanze informali. Iniziai a comprendere meglio le qualità di Dio. Tuttavia, benché mi fossi battezzata, non avevo ancora imparato ad amare Dio profondamente. In un’occasione pensai addirittura di smettere di servirlo. Suzie mi aiutò anche a comprendere che la mia infelicità era dovuta in gran parte al fatto che frequentavo alcuni che non nutrivano forte amore per Geova. Iniziai quindi a fare amicizia con persone spiritualmente mature, specie quelle avanti negli anni. Inoltre i rapporti con mia madre non erano buoni; perciò cominciai a riavvicinarmi a lei, oltre che a mio fratello. Con mia sorpresa provai una felicità che prima non conoscevo. I fratelli e le sorelle della congregazione, la mia famiglia e soprattutto Geova divennero per me fonte di gioia e forza. A un’assemblea sentii un discorso che metteva in risalto le gioie che provano molti nel ministero cristiano a tempo pieno. Dissi fra me: ‘Ma posso farcela anch’io!’ Ovviamente mi rendevo conto che dal punto di vista fisico sarebbe stato tutt’altro che facile. Ma dopo aver esaminato la cosa in preghiera decisi di compilare la domanda per diventare un’insegnante della Bibbia a tempo pieno. Viste le mie condizioni fisiche, come faccio a compiere l’attività di predicazione? Sono piuttosto indipendente per natura, quindi non mi piace essere di peso agli altri e dipendere da loro per gli spostamenti e cose simili. Perciò Suzie e suo marito Michael mi suggerirono una soluzione: comprare una motocicletta! Ma come avrei fatto a guidarla? Come si vede dalla foto, la moto è stata adattata alle mie necessità. Questo mi ha reso più autonoma, il che mi permette di andare a studiare la Bibbia con le persone in orari adatti sia a me che a loro. Amo intavolare conversazioni in contesti informali, per esempio con le persone che incontro per strada, che in genere sono gentili e rispettose nei miei confronti. È molto bello aiutare altri a conoscere la Bibbia. Ricordo con piacere un episodio accaduto mentre svolgevo il ministero di casa in casa insieme a un fratello molto alto. Lui salutò la padrona di casa che mi fissò sorpresa e gli chiese: “Sa parlare?” Entrambi scoppiammo a ridere. Adesso amo la vita e ho imparato ad amare Geova Dio. Sono molto grata a mia madre per avermi insegnato le verità bibliche. Attendo con fiducia il futuro ormai prossimo in cui Dio farà “ogni cosa nuova”, compreso il mio corpo. “Cercai di accettare la mia vita per quello che era.”

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