La Complessità dell'Assistenza Psichiatrica in Ambito Penitenziario: Una Testimonianza dall'Interno

La questione della salute mentale all'interno delle carceri italiane è un tema di crescente urgenza, spesso affrontato dai media con toni allarmistici che rischiano di semplificare una realtà intrinsecamente complessa. Un giovane psichiatra romano, dopo un'esperienza diretta nell'apertura e gestione di una struttura REMS (Residenza per l'Esecuzione delle Misure di Sicurezza), sceglie di condividere la sua prospettiva, offrendo una testimonianza vissuta e personale. L'intento non è quello di sminuire la gravità dei fatti di cronaca, ma di portare alla luce le sfide emotive e professionali che gli operatori sanitari affrontano quotidianamente, spesso al di là della narrazione superficiale.

Operatori sanitari che lavorano con pazienti psichiatrici in una struttura

Dalla Teoria alla Pratica: L'Apertura di una REMS

L'autore descrive le difficoltà iniziali incontrate nella creazione e nel funzionamento di una REMS. Il reclutamento e il coordinamento di un'équipe sanitaria, il mantenimento di un equilibrio precario tra le diverse professionalità, l'ascolto delle paure degli operatori e la valorizzazione delle loro risorse, tutto questo mentre egli stesso stava ancora completando la sua formazione, ha richiesto uno sforzo immane. La familiarizzazione con un "universo balcanico" costituito da carceri, forze dell'ordine, Polizia Penitenziaria, DAP (Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria), tribunali e altri enti, con le loro specifiche istanze e ruoli, è stata un'impresa ardua, affrontata con una preparazione medica e una buona dose di buona volontà.

L'elaborazione di procedure, la gestione di una burocrazia imponente e il confronto con gli avvocati hanno rappresentato ulteriori ostacoli. La raccolta di informazioni sui pazienti in lista d'attesa, in particolare per i cosiddetti "internandi a piede libero", era spesso mirata a rassicurarsi sui potenziali rischi, dall'efferatezza del reato alla verifica di un'adeguata terapia farmacologica, intesa come "leggermente in eccesso". Mantenere rapporti pacifici con gli ospedali per le urgenze psichiatriche o fisiche, a volte richiedendo la presenza degli operatori sanitari in ambulanza o al pronto soccorso, era una costante.

La routine quotidiana era scandita da chiamate di guardia per gestire richieste insistenti, episodi di scontro verbale o fisico tra pazienti o con gli operatori, danni materiali alla struttura, rifiuto di assumere terapie, o ispezioni di stanze a seguito di movimenti sospetti. L'autore sottolinea il senso di solitudine provato nel dover rispondere sempre di tutto, e la frustrazione nel dover lottare contro lo stigma e l'indifferenza per ottenere anche solo dispositivi minimi per le attività riabilitative o per rendere l'ambiente più "umano". Il pregiudizio sul "folle reo" o "reo folle" era un ostacolo pervasivo, anche da parte di chi occupava uffici ASL.

L'Arrivo di un Ospite Complesso: Uno spartiacque

Nonostante queste difficoltà, la struttura era riuscita a funzionare. Tuttavia, l'arrivo di un ospite specifico, l'autore del fatto di cronaca menzionato in un servizio televisivo, ha rappresentato uno spartiacque. Le attenzioni e gli sforzi si sono concentrati sulla sua gestione, al fine di prevenire escalation e salvaguardare l'incolumità di tutti. L'autore si è sentito non più solo il medico dei suoi pazienti, ma principalmente responsabile della prevenzione della salute dei suoi collaboratori.

La gestione di questo paziente ha compromesso l'assistenza agli altri degenti e ha consumato quasi tutte le risorse disponibili. L'autore esprime l'impotenza e l'insufficienza della sua formazione professionale e dell'umanità che cercava di infondere nei colloqui, trovando un uomo la cui unica modalità relazionale era la violenza. Non si trattava della violenza occasionale di pazienti gravi, mossa dalla disperazione o dalla paranoia, né di quella di chi è vittima delle proprie lacerazioni emotive.

Diagramma che illustra i diversi livelli di intervento nella salute mentale penitenziaria

Una Violenza Diversa: Oltre il Disturbo Mentale

Lo psichiatra, che ricerca sempre un senso e una dignità nelle manifestazioni patologiche, anche nei reati più raccapriccianti, si è trovato di fronte a un'espressione di violenza che cercava solo sé stessa, una violenza prevaricatrice e schiacciante. Una violenza che si manifestava nella provocazione, nell'ostentazione di forza fisica e nel desiderio di dominare l'altro. L'autore ribadisce la sua convinzione che un uomo non possa essere ridotto al proprio disturbo mentale, ma riconosce che chi ha fatto della cura dei pazienti il proprio credo di vita non dovrebbe mai trovarsi ad affrontare simili esperienze, che possono traumatizzare.

I familiari, invece di accettare la situazione, tendevano a giustificare l'ingiustificabile, sostenendo che "questo non è il posto dove dovrebbe stare". Il lavoro degli operatori si è trasformato in una lotta quotidiana per la sopravvivenza, con il burnout divenuto normalità e l'evento critico un fatto ordinario. Uno degli altri pazienti, terrorizzato dalle minacce, implorava di essere trasferito ovunque per sentirsi al sicuro.

La paura di un evento luttuoso, come quello accaduto nel carcere di Velletri, era costante. Si viveva nell'attesa dell'inevitabile, e i rari momenti in cui non accadeva nulla erano percepiti come miracoli, ottenuti però a prezzo di dosi crescenti di paura, di operatori assenti per infortunio, e di una routine dettata da strategie per evitare il peggio. I trasferimenti urgenti in SPDC (Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura) erano diventati necessari per proteggere gli stessi operatori.

"Violenza psicologica. Cosa è e come riconoscerla." seminario di Cinzia Mammoliti

L'Abbandono e l'Iper-Responsabilizzazione

L'attesa ansiosa fuori dall'ufficio del magistrato competente, le preoccupazioni serali per chi sarebbe rimasto a gestire la situazione, il rumore delle sirene delle forze dell'ordine, tutto scandiva una quotidianità angosciante. Nonostante i ringraziamenti e le strette di mano, non vi era mai la certezza che sarebbe stata l'ultima volta.

Le fotografie del bagno della stanza di degenza, divelto e ridotto in frantumi, con macchie di sangue, testimoniano la violenza subita e inflitta. La folla di operatori e soccorritori fuori dalla porta, nell'attesa che l'agitazione cessasse, con la paura che venissero occultati frammenti di ceramica per essere usati come armi, rende palpabile la tensione.

Molti ricordi si affollano, alcuni dei quali sfuggono alla possibilità di essere espressi a parole. L'amarezza di aver dovuto affrontare, come prima esperienza lavorativa, una "doccia gelida", precoce al punto da non poterla definire uno "svezzamento". L'entusiasmo che appassisce, lasciando il posto non alla cruda realtà del processo di crescita, ma a emozioni negative e a una realtà sentita come vana.

La vista di colleghi con anni di anzianità che, di fronte a simili situazioni, offrivano non una promessa per il futuro ma un invito a non ripercorrere i loro passi, è particolarmente dolorosa. Questo evento non è riconducibile alla cattiva sorte o a un caso isolato, ma evidenzia come sentirsi abbandonati e iper-responsabilizzati allo stesso tempo, e come la rinuncia a un confronto maturo avvenga a scapito della propria salute e incolumità.

È impossibile svolgere questo lavoro senza sentirsi implicati, senza portarselo a casa, senza esserne trasformati. Al di là di ogni discorso, ciò che rimane sono le scene, i vissuti che restano impressi nella carne e che continueranno ad accompagnare. Questa lettera è un tentativo di dare voce a queste esperienze, di riportare la cronaca all'intensità di un incontro in prima persona, e di testimoniare un retroscena spesso ignorato.

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