Orfani di Guerra a Messina: Storia, Assistenza e Memoria

La storia degli orfani di guerra in Italia è un capitolo doloroso ma fondamentale della memoria collettiva, un intreccio di sofferenza, resilienza e impegno sociale. Particolare attenzione merita la situazione di Messina, una città che ha conosciuto direttamente gli orrori del conflitto e le sue conseguenze più devastanti. Questo articolo esplora la storia degli orfani di guerra, con un focus particolare sulle iniziative di assistenza nate in risposta alle necessità emerse, e sul ruolo di enti come l'Opera Nazionale Assistenza Orfani Sanitari Italiani (ONAOSI).

Le Origini dell'Assistenza agli Orfani di Guerra

L'Italia, fin dalla sua unificazione, ha affrontato periodi di conflitto che hanno inevitabilmente generato un elevato numero di orfani. La Prima Guerra Mondiale, in particolare, rappresentò un punto di svolta nella percezione e nella gestione di questo fenomeno. Fu una guerra "nuova, moderna", definita anche "di posizione" e "logorante", un "vero e proprio conflitto totale" che coinvolse l'intera società civile. Le industrie furono riconvertite per supportare lo sforzo bellico, le donne assunsero un ruolo centrale nel mondo lavorativo, intravedendo nel conflitto una possibilità di emancipazione. Ma questo conflitto totale e moderno non risparmiò nessuno, nemmeno i più piccoli. Il mondo dei bambini fu attraversato da morte, mutilazioni, dispersione e violenze.

Prima della Grande Guerra, l'Italia non disponeva di una legislazione specifica per gli orfani di guerra. Esistevano, tuttavia, enti che avevano già affrontato problematiche simili, come l'Opera Nazionale di Patronato Regina Elena, che aveva fornito assistenza ai 4800 orfani del terremoto della Marsica, e l'Opera nazionale Emanuele Filiberto di Savoia, che aveva assistito gli orfani dei soldati della guerra in Libia.

All'indomani della Prima Guerra Mondiale, con l'aumento esponenziale dei caduti, divenne imperativo varare leggi specifiche. Il regio decreto del 13 maggio 1915 introdusse soccorsi economici per le famiglie dei richiamati. Nello stesso anno, il governo stabilì che il Ministero del Tesoro concedesse un acconto mensile della pensione presumibilmente dovuta a beneficio di vedove e orfani minorenni di soldati caduti in combattimento o per le ferite riportate. Nel 1916, si contavano 38 orfani ogni 100 morti, e il Presidente del Consiglio Antonio Salandra presentò un disegno di legge per la protezione e l'assistenza degli invalidi e degli orfani di guerra.

Il 6 agosto 1916, venne varato il decreto numero 968, che definiva l'orfano di guerra e delineava le modalità di assistenza. L'assistenza era garantita ai figli legittimi e legittimati di soldati caduti in guerra o per le conseguenze dei danni riportati durante il conflitto. I sindaci avevano un ruolo fondamentale nell'individuare le situazioni di necessità e nel redigere l'elenco degli orfani di guerra, da trasmettere al pretore del mandamento e al comitato provinciale di assistenza presso ogni prefettura. Nei comuni venne creata una commissione di vigilanza, comprendente un maestro e il parroco, per il controllo della situazione familiare e la protezione degli orfani.

Mappa dell'Italia con le province che hanno più orfani di guerra

La Magnitudo del Fenomeno e le Specificità Territoriali

L'Italia allo scoppio della Prima Guerra Mondiale aveva alle armi 248.000 uomini e appena 2.250.000 cittadini con obblighi militari e un livello minimo di istruzione. Nel corso dei quattro anni di guerra, vennero aggiunti altri 3.224.000 uomini, chiamando alle armi le classi dal 1874 al 1900, raggiungendo un totale di 5.698.000 uomini. Questo reclutamento incluse persino persone dichiarate fisicamente non idonee e feriti o malati, molti dei quali caddero sotto le fatiche della guerra.

Secondo gli studi, i militari italiani morti per diretta causa di guerra sono circa 680.000, che, sommati ai civili deceduti per concause di guerra, diventano almeno 750.000. L'età media dei soldati caduti è di 25 anni e sei mesi, e molti di loro erano sposati. La regione che ebbe le famiglie con almeno quattro figli al fronte fu il Veneto. Il numero dei grandi invalidi fu calcolato nel 1926 in 14.414.

Sulla base del censimento nazionale, si stima che il numero di orfani di guerra al 31 agosto 1920 fosse di 262.535, mentre i figli degli invalidi di guerra assolutamente inabili al lavoro ammontavano a 17.561, per un totale complessivo di 280.096. La provincia di Udine risultò quella con il più alto numero assoluto di orfani, anche in rapporto al numero degli abitanti. Seguivano le province di Milano (10.935), Roma (9145) e Firenze (8502). Indagini svolte nell'aprile 1921 rivelarono che la maggior parte degli orfani aveva un'età compresa tra i quattro e i dodici anni.

La Questione dei "Figli della Guerra" e le Violazioni Sessuali

Un aspetto particolarmente delicato e doloroso fu quello relativo ai bambini nati da violenze sessuali subite da alcune donne durante l'invasione. Le donne sole o quelle prive di una rete comunitaria, come le profughe del Piave, subirono il maggior numero di violenze. Nella quasi totalità dei casi, si trattava di donne appartenenti alla fascia più debole della popolazione. Nel contesto generale di violenza, gli stupri subiti vennero considerati reati minori, soprattutto se commessi nei confronti di donne sposate, rimanendo sostanzialmente impuniti.

Si apriva così la complessa questione della gestione dei bambini nati in queste circostanze, i cosiddetti "figli della guerra". A Portogruaro sorse l'istituto Ospizio dei figli della guerra, poi ribattezzato San Filippo Neri, con il compito di accogliere questi bambini. Questo centro fu creato inizialmente per accogliere i bambini concepiti durante l'anno dell'occupazione nemica o da donne i cui mariti erano stati assenti per almeno un anno prima della nascita del bambino. Successivamente, l'istituto accolse anche i nati nelle terre irredente, figli illegittimi di ragazze o vedove e di soldati italiani nel periodo antecedente a Caporetto.

Mons. Celso Costantini, presidente dell'Istituto S. Filippo Neri per la prima infanzia di Portogruaro, nella sua relazione morale e finanziaria alla prima assemblea dei soci del 22 gennaio 1920, descrisse vividamente la nascita e le finalità dell'istituto: "Fin dai primi giorni della liberazione si delineò chiaro il grave problema dei figli adulterini, nati in questi paesi per la violenza del nemico o per la acquiescenza di qualche disgraziata donna stremata dalla fame o abbattuta dallo smarrimento. Era imminente il ritorno dei mariti reduci dalla guerra, e urgeva di togliere dalle famiglie gli intrusi, ricoverare le gestanti fuggite di casa, e contribuire tra tante rovine materiali e morali, alla ricomposizione delle famiglie. Gli Istituti pubblici non potevano provvedere a questi figli della guerra, perché di fronte allo Stato i bambini erano legittimi; d’altronde in tutto il Veneto mancavano i Brefotrofi. Fu perciò che Donna Emma Manacorda e il sottoscritto, coadiuvato dagli egregi sanitari dottori Tasca e Moscatelli pensarono di aprire, rompendo ogni indugio burocratico e ispirandosi a un senso di carità umana e patria, un ospizio per i Figli della guerra."

La circolare diffusa nei paesi liberati dal 2 dicembre 1918 portò al ricovero del primo bambino il 23 dicembre 1918. L'Ospizio iniziò in un reparto dell'ex Ospizio per i profughi a S. Giovanni di Portogruaro. L'Opera ricevette plauso e aiuto dalle Autorità militari e civili, dal Duca d'Aosta, dal Comando Supremo, dai Prefetti, dal Ministero delle Terre Liberate e da privati. La Croce Rossa Americana e i Comitati pro Liberati e Liberatori furono anch'essi di grande supporto. L'istituzione dell'Ospizio fu resa nota in un Congresso tenuto in Campidoglio per gli Orfani di guerra, e nella seduta del 15 marzo 1919 fu votato un plauso comunicato con telegramma da S. E. l’Onor. Luzzatti. L'Opera Pia venne eretta in Ente Morale con R. Decreto 10 agosto 1919 col titolo di ISTITUTO S. FILIPPO NERI PER LA PRIMA INFANZIA.

Edificio storico dell'Istituto San Filippo Neri di Portogruaro

L'Opera Nazionale Assistenza Orfani Sanitari Italiani (ONAOSI)

Un'altra importante realtà assistenziale che si è occupata e si occupa tuttora degli orfani, sebbene con un focus specifico, è l'Opera Nazionale Assistenza Orfani Sanitari Italiani (ONAOSI). Fondata nel 1874 dall'idea del dott. Luigi Casati, l'ONAOSI è un ente previdenziale-assistenziale che, su base mutualistica, eroga prestazioni economiche in favore degli orfani dei farmacisti, medici chirurghi, odontoiatri e veterinari, e, in particolari circostanze, dei figli di tali sanitari. L'ente si estende anche a "i contribuenti in condizioni di vulnerabilità".

Le riforme legislative, come la L. 306/1901 e il d.lgs. 509/1994, hanno contribuito a definire e rafforzare il ruolo di questi enti. Dal luglio 2021, l'ONAOSI è presieduta dal Dr. Guido Alliney. Nonostante la sua origine legata a una specifica categoria professionale, l'impegno dell'ONAOSI nel fornire supporto economico e assistenza si inserisce nel più ampio quadro della solidarietà nazionale verso le categorie più fragili, inclusi gli orfani di guerra e i loro discendenti.

L'Esperienza del Fronte: Testimonianze dirette

Le testimonianze dirette dei soldati offrono uno spaccato vivido e straziante delle condizioni al fronte e delle perdite umane. Il racconto di un sergente del 25° fanteria, brigata Bergamo, del 28 maggio 1915, descrive il primo assalto al trincerone nemico di Santa Lucia, nella notte tra il 12 e il 13 giugno 1915. L'ordine di disfare le tende, la marcia verso il nemico, il baccano che attirò un riflettore nemico, la successiva avanzata interrotta da un "uragano di fucileria, bombe a mano e raffiche di mitragliatrici". La descrizione dei lamenti strazianti dei feriti, impossibilitati ad essere soccorsi nel buio fitto, e l'attesa di quasi tre ore "con la morte addosso", dipinge un quadro di terrore e disperazione. La ritirata all'alba, con la conta dei caduti, tra cui ufficiali e sottufficiali, e il successivo ritorno all'accampamento, esausti e sotto la pioggia, sottolinea la brutalità dell'esperienza bellica.

Un altro assalto, all'alba del 5 luglio 1915, vide le compagnie avanzare "strisciando sui numerosi morti del precedente combattimento", venendo accolte da nutrite raffiche di mitragliatrici e in gran parte falciate. Questo assalto, descritto nelle pagine di Giacinto Vaccarelli, segna l'inizio di una battaglia che per quasi un anno vide le truppe italiane aggrappate sulle falde delle colline di Santa Maria e Santa Lucia nel tentativo di occuparne la vetta.

Nei dieci mesi di permanenza nel settore, le brigate Bergamo e Valtellina, appartenenti alla 7ª divisione, persero più di diecimila uomini. A queste si affiancarono altri reparti, rendendo il numero totale delle perdite italiane difficilmente quantificabile, ma sicuramente impressionante. I reparti si davano il cambio in linea, passando i periodi di riposo schierati come riserve divisionali. Case Bertini, Case Cemponi, Case Dugo furono i siti degli alloggiamenti di seconda linea.

Giovanni Brodini di Azzano Mella ricordò nel dicembre 1915, destinato al 1° reggimento genio, il suo passaggio per Case Dugo: "Arrivati a Case Dugo, bagnati come pulcini e sporchi di fanga, siamo andati a dormire su un fienile. Quando ci siamo svegliati la mattina avevamo addosso dei camàndoi (pidocchi) che sembravano bachi da seta, grossi come un dito: ce li avevano lasciati quelli della fanteria…". Questa testimonianza evidenzia le condizioni igieniche precarie e la promiscuità che caratterizzavano la vita al fronte.

Fotografia d'epoca di soldati italiani durante la Prima Guerra Mondiale

La Battaglia di Santa Lucia: Tattiche e Perdite

L'intento strategico italiano di conquistare la testa di ponte di Tolmino era comprensibile, poiché la sua mancata acquisizione si dimostrò fatale il 24 ottobre 1917, quando Tolmino fu la base dell'offensiva austro-tedesca che costrinse gli italiani a ritirarsi fino al Piave. Le scelte tattiche, tuttavia, furono spesso disastrose. Nel primo anno di guerra, la fanteria italiana attaccava le linee avversarie senza un'adeguata preparazione di artiglieria. La mancanza di bombarde lasciava intatti i reticolati, e le compagnie di linea avevano una scarsa potenza di fuoco, prive di pistole mitragliatrici e lanciaspezzoni Bettica, e solo debolmente sostenute dalle poche mitragliatrici reggimentali. Questa situazione, unita a una certa "spensieratezza dei comandi" che non tenevano conto delle esperienze europee, portava ad attacchi pagati con perdite elevatissime.

L'estate del 1915 vide un atteggiamento più cauto da parte dei soldati della Bergamo, schierati tra Tolmino e Selo. Dopo un breve ma sanguinoso assalto all'alba del 5 luglio, che costò 180 uomini nel tentativo di avanzare verso il ponte di Most na Soči (Santa Lucia), il settore rimase tranquillo fino ad agosto, quando giunse l'ordine di operazione per la conquista del colle di Santa Lucia.

Il 16 agosto, la Bergamo riprese l'iniziativa. L'artiglieria preparò l'azione, e alle 14 le fanterie lasciarono le trincee, attraversarono la strada per Tolmino e si avvicinarono alle pendici del colle. Il fuoco austriaco aprì ampi vuoti nelle fila delle compagnie di punta. Caddero il capitano Giovanni Coelli e il tenente Pasquale Buttari, ma nonostante ciò, le trincee austriache furono velocemente conquistate. A fine giornata, i prigionieri catturati erano 200, con armi e materiali. Anche il reggimento gemello, il 26°, sfondò le linee imperiali, prendendo numerosi prigionieri e spingendo pattuglie sul costone sopra Selo, a 200 metri dalla sommità del colle, il Selski vrh (quota 588), che divenne tristemente noto.

Questo fu il più grande successo italiano nell'alto Isonzo. Il generale Pietro Frugoni sperava di ampliare l'affermazione tattica in vittoria strategica, completando l'avanzata verso la q. 588 e il costone verso Selo. Il giorno seguente, però, la resistenza austriaca si irrigidì. Gli attacchi del 25° fanteria alla rupe sulla sinistra furono fermati con gravi perdite dal fuoco delle mitragliatrici. Al centro, l'avanzata fu meno contrastata, e gli italiani si portarono a ridosso della vetta, occupando una trincea blindata austriaca. A destra, il 26° terminò di rastrellare le linee imperiali, ma ogni tentativo di ampliare l'occupazione della cresta sopra Selo fu fermato dalla difesa imperiale rafforzata.

A sera, i comandi italiani fecero i primi bilanci, certo positivi: avanzamento di diverse centinaia di metri, impedendo agli austriaci la difesa elastica. La conta dei prigionieri era arrivata a 700, con molto materiale. Le perdite del secondo giorno furono superiori a quelle del primo, ma relativamente contenute: 250 uomini per il 25° fanteria, probabilmente altrettanti per il 26°. Tuttavia, le prospettive non erano più rosee: gli imperiali avevano fatto accorrere le riserve e occupato i punti chiave del monte, fermando i reparti italiani. Il fronte si stabilizzò, formando un triangolo con vertice a quota 588.

Il terzo giorno di battaglia, il 18 agosto, il 25° fanteria attaccò nuovamente la rupe sulla sinistra, denominata "Roccione misterioso", senza successo, fermato ancora dalle mitragliatrici e dai massi. Il reggimento perse altri 125 uomini. Anche il 26° tentò invano di raggiungere le trincee austriache sulla cresta sommitale. I soldati erano provati dai combattimenti e cercavano di evitare lo scontro. Le memorie del sottotenente Italo Salterio descrivono l'avanzata del suo plotone, fermata dal fuoco di una mitragliatrice austriaca. L'assalto seguito dall'ordine di proseguire portò a perdite gravi e a un contrattacco nemico alla baionetta. Salterio fu sopraffatto, ma ebbe salva la vita grazie all'intervento di un sottufficiale austriaco. Verrà poi a sapere che diversi soldati erano stati uccisi e una quindicina catturati. Il tenente Enrico Trombetti, che cercò di richiamare indietro le compagnie, cadde colpito a morte. La sua salma, come quella di tanti altri combattenti di Santa Lucia, non fu mai recuperata.

Ricostruzione di una trincea della Prima Guerra Mondiale

La Memoria e il Dopoguerra: Gli "Orfani di Salò"

Il tema degli orfani di guerra non si esaurisce con la fine dei conflitti armati, ma si estende alle generazioni successive e alle diverse fasi storiche. Il saggio di Antonio Carioti, "Gli orfani di Salò - il sessantotto nero dei giovani neofascisti nel dopoguerra - 1945-1951", affronta un capitolo diverso ma ugualmente significativo della memoria storica italiana. La frase di Giorgio Pisanò, "Mussolini era morto, la nostra repubblica era finita nel sangue, ma noi eravamo ancora vivi. E avevamo vent’anni. Con la vita davanti per dimostrare a noi stessi e agli altri di che pasta fossimo fatti", introduce il tema dei giovani reduci della Repubblica Sociale Italiana, i cosiddetti "orfani di Salò".

Il libro di Carioti esplora la vita di questi giovani nel dopoguerra, il loro "sbandamento in un Paese ormai democratico ma che non riconosceva più i suoi figli 'non allineati'". La loro vita da ribelli nella Roma degli anni Cinquanta, le collaborazioni a riviste semiclandestine, la partecipazione a manifestazioni per Trieste, li vedeva sempre ai margini. Gli unici a capirli e a cercare di portarli dalla loro parte erano i comunisti di Togliatti, che da un lato assaltavano le loro sedi, dall'altro cercavano punti di incontro su terreni comuni, come l'antiamericanismo.

Questo capitolo della storia italiana, a lungo considerato poco più che "pornografia", come scriveva Giorgio Pisanò, dimostra come la memoria degli orfani, in senso lato, sia un percorso complesso e talvolta doloroso, che attraversa le diverse epoche e le diverse tragedie che hanno segnato il paese.

La storia degli orfani di guerra, sia quelli diretti dei grandi conflitti mondiali, sia quelli che portano con sé le cicatrici di ideologie e scontri civili, è un monito perpetuo sull'importanza della memoria, dell'assistenza e della ricostruzione, sia materiale che morale, per le generazioni future. Le iniziative come quella dell'ONAOSI, insieme agli sforzi istituzionali e alle testimonianze individuali, contribuiscono a mantenere viva questa memoria e a garantire un futuro più dignitoso a chi porta il peso delle conseguenze della guerra.

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