La Musica nei Campi Nazisti: Strumenti di Orrore, Sopravvivenza e Memoria
Nei campi di concentramento e sterminio nazisti, la musica assunse un ruolo complesso e stratificato, oscillando tra strumento di esaltazione dell'orrore e baluardo di resistenza spirituale per i prigionieri. Dalle ninnananne sussurrate ai bambini destinati alle camere a gas, alle orchestre che scandivano i ritmi dei lavori forzati e delle esecuzioni, la musica fu una presenza costante, un elemento ineludibile della vita nei lager. Questo articolo esplora le molteplici sfaccettature della musica nei campi nazisti, analizzando il suo utilizzo da parte delle SS e il suo significato per i deportati, nonché il suo ruolo nella memoria dell'Olocausto.
L'Uso della Musica come Strumento di Oppressione e Annientamento
La musica nei lager nazisti non fu un fenomeno spontaneo, ma un elemento integrato nel sistema di oppressione e annientamento della dignità umana. Le SS impiegarono orchestre e cori per scandire i ritmi quotidiani dei prigionieri, dall'alba al tramonto. Le marce dei deportati verso i campi di lavoro, le lunghe e estenuanti adunate, perfino le esecuzioni, erano accompagnate da melodie che avevano lo scopo di demoralizzare, alienare e disumanizzare. L'imposizione di cantare in tedesco durante i lavori forzati, sfiancati dalla fatica e dal freddo, rendeva impossibile qualsiasi comunicazione tra i prigionieri, isolandoli ulteriormente e impedendo la formazione di legami di solidarietà.

In alcuni casi, la musica era utilizzata per compiti specifici legati alla propaganda e all'inganno. Ad esempio, nel ghetto di Theresienstadt (Terezín), le autorità naziste istituirono orchestre, tra cui i famosi "Ghetto Swingers", per presentare al mondo una visione idilliaca e distorta della vita nei campi, in particolare durante le visite della Croce Rossa Internazionale. Questo serviva a celare la realtà brutale dello sterminio e a ingannare l'opinione pubblica internazionale.
La musica poteva essere imposta anche in contesti macabri. L'aneddoto secondo cui alcuni detenuti comunisti furono costretti a scavare la propria tomba cantando l'Internazionale, o il caso del prigioniero polacco Hans Bonarewitz, condotto al patibolo nel 1942 con la canzone "Aspetterò sempre il tuo ritorno", testimoniano l'uso perverso della musica come strumento di tortura psicologica e umiliazione.
Le Orchestre dei Campi di Concentramento
Numerose orchestre furono fondate nei diversi campi di concentramento. A Mauthausen, ad esempio, si componeva musica durante le marce verso i campi di lavoro e nelle adunate. Ad Auschwitz, nacquero diverse orchestre, tra cui una interamente femminile composta da 47 elementi, creata nella primavera del 1943 per volere delle SS. Questa orchestra era diretta da Alma Rosé, figlia di Arnold Rosé, celebre primo violino dell'Orchestra Filarmonica di Vienna. Le orchestre dei campi avevano il compito di allietare le feste degli ufficiali nazisti e, allo stesso tempo, di scandire i ritmi delle marce dei compagni verso le camere a gas.
Un aspetto spesso frainteso riguarda l'uso delle orchestre all'arrivo dei convogli. Sebbene alcune orchestre fossero costrette a suonare per garantire l'ordine durante la selezione dei deportati, è fondamentale sfatare il mito che vi fossero orchestre ad accompagnare le vittime nelle camere a gas. Violette Jacquet-Silberstein, sopravvissuta dell'orchestra femminile di Auschwitz-Birkenau, ha fermamente smentito questa idea, affermando che "mai, mai, mai un'orchestra suonò per accompagnare le vittime alle camere a gas, né nelle camere a gas".
La musica eseguita era spesso musica tedesca selezionata dalle autorità naziste. Chiunque fosse sorpreso a eseguire o cantare canzoni non autorizzate rischiava la vita. L'obiettivo era quello di imporre un controllo totale anche sulla sfera emotiva e culturale dei prigionieri.
La Musica come Resilienza, Dignità e Sopravvivenza
Di fronte all'orrore e alla disumanizzazione, la musica divenne per molti prigionieri un'ancora di salvezza, un modo per ritrovare la propria dignità violata e, in molti casi, per sopravvivere. La passione per la musica non si spense neppure di fronte alla prospettiva della morte. Musicisti ebrei, anche nelle condizioni più disperate, continuarono a comporre, suonare e cantare.

La composizione di ninne nanne per i bambini destinati alla morte, come la straordianria "Wiegala" scritta da Ilse Weber, morta ad Auschwitz nell'ottobre del 1944 insieme al figlio Tommy, è un esempio toccante di come la musica potesse esprimere amore e disperazione anche nell'abisso dell'orrore.
Per i detenuti, fare musica significava ritrovare un senso di umanità e identità in un luogo dove tutto era volto a cancellarle. L'esecuzione di brani musicali, la condivisione di canti, anche se sussurrati, aumentavano il morale e rafforzavano il senso di coesione sociale. In molti casi, saper suonare uno strumento e far parte di un'orchestra offriva maggiori speranze di sopravvivenza, poiché i musicisti erano spesso esentati dai lavori più pesanti e dalle punizioni più severe. Anna Shternshis, direttrice del Centro Anne Tanenbaum per gli Studi Ebraici dell'Università di Toronto, afferma che "per coloro che sapevano suonare uno strumento, far parte di un’orchestra era un modo per sopravvivere".
Strumenti e Spartiti: Testimonianze Materiali
La presenza degli strumenti musicali nei campi è un aspetto significativo. Alcuni strumenti arrivavano con i prigionieri, altri venivano inviati da familiari all'esterno, altri ancora erano reperiti nei villaggi vicini e requisiti dai nazisti. Il violino, in particolare, è diventato uno strumento simbolo di Auschwitz, poiché era uno dei pochi strumenti che potevano essere trasportati al momento della deportazione. Diversi di questi strumenti, sopravvissuti alla Shoah, sono stati restaurati dal liutaio israeliano Amnon Weinstein e girano il mondo in concerti-evento per mantenere viva la memoria.
Accanto agli strumenti, sono stati recuperati numerosi canzonieri e spartiti musicali, spesso di piccole dimensioni e creati in segreto. Questi manufatti, come il libro di musica contenente gli spartiti di "Jeszcze Pokke niezgynyła" (Pokke non è ancora morto), sono testimonianze materiali preziose della vita musicale nei campi. La mostra "Musica nei campi nazisti", a cura di Elise Petit al Mémorial de la Shoah di Parigi, ha esposto quasi 300 oggetti e documenti, tra cui spartiti musicali, disegni segreti, indumenti e strumenti costruiti e utilizzati dai prigionieri.
In video Veritas - Giornata della Memoria, la musica nei campi di concentramento
La Musica Clandestina e i Canti di Protesta
Oltre alla musica imposta dalle autorità, esisteva una musica clandestina, fatta di canti di protesta e composizioni nate dalla sofferenza e dalla speranza di liberazione. Nei ghetti, come quelli di Varsavia, Łódź, Cracovia e Vilnius, i consigli di autogoverno ebraico organizzarono spettacoli musicali e concerti, eseguiti anche in case private e caffè.
La musica divenne una forma di resistenza spirituale. Compositori e musicisti deportati nei campi continuarono la loro attività di composizione ed esecuzione, spesso cercando di nascondere le loro opere per le generazioni future. A Theresienstadt, compositori come Pavel Haas, Hans Krása, Viktor Ullmann e Gideon Klein produssero opere significative. "Brundibar" di Hans Krása, un'opera per bambini, divenne per i bambini di Terezín l'espressione collettiva dei loro sentimenti di rivolta e resistenza al male.
Tra i canti di protesta più significativi si ricordano:
- "Die Moorsoldaten" (I soldati delle paludi): Composto nell'agosto 1933 nel campo di concentramento di Börgermoor, divenne popolare tra i prigionieri e fu tradotto in diverse lingue, acquisendo un successo internazionale tra i militanti antifascisti.
- "Es brent" (Brucia): Un canto di protesta in yiddish composto a Cracovia nel 1936 in risposta a un pogrom. La resistenza ebraica lo scelse come proprio inno durante l'Olocausto.
- "Der Ballade vom Elenden Schuster" (La ballata del misero calzolaio): Composto nel settembre 1938 da Jura Soyfer e Fritz Henkel, divenne popolare tra i prigionieri.
- "A Child of Our Time": Un oratorio concepito dal compositore inglese Michael Tippett in risposta al pogrom della Kristallnacht.
- "Oyfn pripetshik": Una melodia popolare su cui Avrom Akselrod scrisse il testo di un canto sul contrabbando di cibo nel ghetto di Kovno.
- "Kinder zesn" (I bambini mangiano): Composto nel ghetto di Vilnius, su testo di Shmerke Kaczerginski, divenne uno dei canti più popolari dell'Olocausto.
- "Der Kaiser von Atlantis" (L'imperatore di Atlantide): Un'opera lirica composta da Viktor Ullmann nel campo di concentramento di Theresienstadt, una parodia di Hitler e del regime nazista.
La Musica come Strumento di Memoria e Denuncia
Dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, la musica composta durante l'Olocausto è diventata uno strumento fondamentale per la memoria e la commemorazione. I sopravvissuti e le generazioni successive hanno utilizzato la musica per testimoniare l'orrore vissuto, per onorare le vittime e per trasmettere un messaggio di pace e tolleranza.
Francesco Lotoro, musicologo italiano, ha dedicato gran parte della sua vita al recupero e alla catalogazione di circa 5000 composizioni scritte nel periodo dell'Olocausto da diverse categorie di internati. La sua Fondazione Istituto Internazionale di Letteratura Musicale Concentrazionaria, con sede a Barletta, custodisce un vasto archivio di musica concentrazionaria.

La ricerca musicologica si è sviluppata per preservare ed eseguire la musica composta durante le persecuzioni. Musicisti sopravvissuti, come Aleksander Kulisiewicz e David Botwinik, hanno affidato le loro memorie personali e intervistato altri sopravvissuti per recuperare queste preziose testimonianze musicali. Archivi come quelli di Yad Vashem e dello United States Holocaust Memorial Museum conservano ampie raccolte musicali legate all'Olocausto.
Il tema dell'Olocausto ha penetrato profondamente anche la musica popolare. Cantautori come Francesco Guccini con la sua celeberrima canzone "Auschwitz" e Francesco De Gregori, così come compositori classici come Luigi Nono, Krzysztof Penderecki e Henryk Górecki, hanno affrontato questo tema nelle loro opere, contribuendo a mantenere viva la memoria e a stimolare una riflessione sui temi della pace e della tolleranza.
La musica dell'Olocausto non è solo un monito contro l'odio e la violenza, ma anche una testimonianza della resilienza dello spirito umano e della capacità dell'arte di fiorire anche nelle circostanze più estreme. La sua eredità continua a risuonare, invitandoci a non dimenticare mai il passato e a lavorare per un futuro in cui simili atrocità non possano ripetersi.
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