La violenza in ambito assistenziale: cause, manifestazioni e strategie di prevenzione
La violenza sul posto di lavoro nel settore sanitario rappresenta una problematica di crescente preoccupazione a livello globale, con interventi preventivi e programmi di formazione per il personale che, tuttavia, risultano ancora scarsamente applicati e spesso poco efficaci. Gli operatori sanitari sono esposti a rischi di violenza in ogni parte del mondo, un fenomeno che coinvolge tutti i gruppi professionali in ambienti di lavoro diversificati. È stato stimato che fino al 62% degli operatori sanitari abbia subito violenze sul posto di lavoro, configurando questa crescente frequenza di episodi come una questione rilevante di salute pubblica.

Il Decreto Legislativo n. 81 del 9 aprile 2008, noto come Testo Unico sulla salute e sicurezza nei luoghi di lavoro, fornisce le disposizioni necessarie per affrontare gli episodi di violenza sul lavoro. La tutela della salute e dell’integrità fisica degli operatori sanitari è considerata un diritto fondamentale dell’uomo, sancito anche dalla Costituzione Italiana. Indagini recenti dimostrano che una politica aziendale orientata alla sicurezza dei lavoratori ha effetti positivi, migliorando non solo le relazioni tra il personale, ma anche la produttività generale.
La violenza assistita: un fenomeno complesso e sottovalutato
Il riconoscimento pubblico della violenza assistita è un fenomeno relativamente recente in Italia, cresciuto parallelamente alla diffusione delle iniziative delle associazioni femminili nella tutela delle donne che subiscono violenza domestica. La sensibilità verso questo tema risale agli anni Novanta e si è sviluppata grazie all’incontro tra il sapere e il lavoro degli operatori pubblici e privati, tra coloro che tutelano le donne e coloro che intervengono sui minori.
La violenza assistita, intesa come maltrattamento psicologico, comporta effetti a livello emotivo, cognitivo, fisico e relazionale. Sebbene non sia sempre dimostrabile una correlazione lineare tra la violenza assistita e l’insorgenza di esiti clinici specifici, le conseguenze dannose provocate da abusi, maltrattamenti e violenze si verificano con grande frequenza, anche nei casi in cui il bambino non manifesti un sintomo immediato. Spesso, i bambini si sentono in colpa per la situazione venutasi a creare e si percepiscono impotenti e incapaci di intervenire. Quando l’esposizione a scene di violenza è ripetuta, il benessere, lo sviluppo individuale e la capacità di interagire in modo funzionale a livello sociale vengono compromessi, con ripercussioni sia nell’età adolescenziale che adulta.
Una ricerca pubblicata sulla rivista scientifica Psychological Science da Fisher e Pfeifer sostiene che la litigiosità e i toni alterati della voce dei genitori sono riconosciuti dal bambino, anche mentre dorme, e alterano l’attività cerebrale con possibili effetti sul suo sviluppo. Le aree del cervello del bambino interessate sono quelle neurali legate alla regolazione dello stress e delle emozioni. I bambini testimoni di violenza intrafamiliare possono mettere in atto comportamenti violenti per salvare il legame affettivo con il genitore aggressore e per avere l’illusione di una sensazione di controllo e potere. Imparano che la violenza è un comportamento lecito nei legami affettivi e nelle relazioni, sia di coppia che amicali, creando confusione nel loro mondo interiore su cosa sia affetto, cosa sia violenza e cosa sia intimità. Di conseguenza, la relazione tra il minore e il genitore maltrattato viene incrinata, venendo a mancare quello spazio protetto dove il bambino può muoversi con sicurezza e fiducia, deprivandolo di chi può provvedere ai suoi bisogni fondamentali. La condizione di stress, infatti, porterà la madre a non esercitare in modo corretto le proprie funzioni educative e genitoriali in genere (Luberti, Pedrocco, Biancardi, 2005).
Violenza Assistita Bambini: cosa devi sapere
Questo tema è molto recente in Italia, come confermato dall’assenza di dati statistici specifici sulla violenza assistita sui minori, anche in considerazione dell’inesistenza di uno specifico reato. È possibile ricavare indirettamente alcuni elementi utili alla conoscenza del fenomeno dalle rilevazioni sulla violenza di genere, le cui prime indagini hanno riguardato la violenza sessuale, parte del filone di indagine sulla “sicurezza dei cittadini” dal 1998.
Dati sulla violenza di genere e il ruolo dei figli testimoni
L’Istat, nel 2015, ha pubblicato i dati relativi all’indagine sulla Sicurezza delle donne “La violenza contro le donne dentro e fuori la famiglia”, condotta tra maggio e dicembre 2014. L’indagine mirava ad aggiornare i dati sul fenomeno della violenza contro le donne, tenendo conto della componente sommersa non rilevabile attraverso le denunce o altre fonti. Emerge chiaramente che il fenomeno della violenza sulle donne continua ad essere grave e diffuso. La maggior parte delle donne che avevano un partner violento in passato lo hanno lasciato proprio a causa della violenza subita (68,6%).
Considerando soltanto le violenze subite fuori dalla relazione di coppia, i conoscenti sono gli autori del 27,4% di tutte le forme di violenza fisica, i parenti lo sono per il 18,5%, gli amici per il 14,2% e i colleghi di lavoro per l’8,9% dei casi. Esaminando invece le violenze fisiche e sessuali (escluse le molestie), di cui è vittima il 14,2% delle donne, gli estranei passano in seconda posizione rispetto all’insieme delle persone conosciute (31,2% contro 66,6%). Il dato delle indagini, oltre a rivelare quanto il fenomeno sia sommerso perché non denunciato, mette in evidenza anche il “silenzio delle vittime”: infatti, malgrado la gravità, il 23,5% delle donne non parla con alcuno della violenza subita dai partner precedenti, quota che aumenta al 39,9% nelle violenze da partner attuale. Le donne parlano prevalentemente con amici (35%), familiari (33,7%) o altri parenti (11,2%), ma anche con carabinieri, polizia, avvocati o magistrati (6,7%), colleghi o superiori (1,5%), medici o infermieri (1,4%), operatori del pronto soccorso (1,2%), assistenti sociali (1,1%). Inoltre, il 3,7% si è rivolta a un centro antiviolenza o a un servizio di supporto per le donne e il 12,3% ha denunciato la violenza alle forze dell’ordine.
Nell’indagine viene poi realizzato un focus sull’eventuale presenza dei figli in occasione di episodi di violenza subiti dalla madre: i figli che assistono alla violenza del padre nei confronti della madre hanno una probabilità maggiore di essere autori di violenza nei confronti delle proprie compagne, e le figlie di esserne vittime. Per questo motivo, è molto preoccupante l’aumento del numero di violenze domestiche a cui i figli sono stati esposti: la quota è salita al 65,2% rispetto al 60,3% del 2006. In particolare, hanno assistito alla violenza raramente nel 16,2% dei casi, a volte nel 26,7%, spesso nel 22,2%, in crescita rispetto al 2006 (rispettivamente 16,3%, 20,5% e 21,4%).
Alla luce di quanto detto, emergono importanti segnali di miglioramento rispetto all’indagine precedente: negli ultimi 5 anni le violenze fisiche o sessuali sono passate dal 13,3% all’11,3%, rispetto ai 5 anni precedenti il 2006. Ciò è frutto di una maggiore informazione, del lavoro sul campo ma soprattutto di una migliore capacità delle donne di prevenire e combattere il fenomeno e di un clima sociale di maggiore condanna della violenza. È in calo sia la violenza fisica sia quella sessuale, sia da parte di partner e ex partner (dal 5,1% al 4% la fisica, dal 2,8% al 2% la sessuale) sia da parte di non partner (dal 9% al 7,7%). Alla maggiore capacità delle donne di uscire dalle relazioni violente o di prevenirle si affianca anche una maggiore consapevolezza. Più spesso considerano la violenza subita un reato (dal 14,3% al 29,6% per la violenza da partner) e la denunciano di più alle forze dell’ordine (dal 6,7% all’11,8%). Più spesso ne parlano con qualcuno (dal 67,8% al 75,9%) e cercano aiuto presso i servizi specializzati, centri antiviolenza, sportelli (dal 2,4% al 4,9%). La stessa situazione si riscontra per le violenze da parte dei non partner. Rispetto al 2006, le vittime sono più soddisfatte del lavoro delle forze dell’ordine.
Si segnalano però anche elementi negativi. Non si intacca lo zoccolo duro della violenza, gli stupri e i tentati stupri (1,2% sia per il 2006 sia per il 2014). Le violenze sono più gravi: aumentano quelle che hanno causato ferite (dal 26,3% al 40,2% da partner) e il numero di donne che hanno temuto per la propria vita (dal 18,8% del 2006 al 34,5% del 2014). Anche le violenze da parte dei non partner sono più gravi. Le donne che hanno subìto stalking nel corso della vita sono 3 milioni 466 mila (16,1%), di cui 1 milione 524 mila l’ha subìto dall’ex partner e 2 milioni 229 mila da persone diverse dall’ex partner.
La violenza sugli operatori sanitari: cause e vulnerabilità
La prima “Relazione sulle attività dell’Osservatorio nazionale sulla sicurezza degli esercenti le professioni sanitarie e socio-sanitarie” (ONSEPS), presentata il 20 marzo 2023, evidenzia un preoccupante incremento degli episodi di violenza ai danni degli esercenti le professioni sanitarie e socio-sanitarie nell’esercizio delle loro funzioni. Una criticità che si manifesta con crescente frequenza e gravità soprattutto in alcuni servizi caratterizzati da una gestione di situazioni di emergenza e ad elevata complessità assistenziale, come i dipartimenti di emergenza, dove il rischio di aggressione e violenza è diventato molto elevato.

Dall’analisi della letteratura di settore, emerge che la forma più comune di violenza è costituita dall’aggressione verbale, mentre altri tipi di violenza riportati includono minacce verbali, attacchi fisici, abuso sessuale (molestia e violenza), molestia etnica, diffamazione, mobbing, bullismo, comportamento intimidatorio e molestia razziale. Una revisione sistematica e meta-analisi (Liu et al., 2019) ha mostrato che il 61,9% degli operatori sanitari ha riportato l’esposizione a una forma di violenza sul posto di lavoro, e di questi il 42,5% ha fatto esperienza di violenza verbale, mentre il 24,4% di violenza fisica durante i 12 mesi precedenti. La forma più comune di violenza non fisica è costituita da abuso verbale e molestia sessuale. Un’altra revisione sistematica e meta-analisi (Azami et al., 2018) evidenzia che la prevalenza dell’abuso verbale nei dipartimenti di emergenza nei confronti degli infermieri è dell’89,7%, mentre per la violenza fisica del 21%.
Riguardo ai gruppi vulnerabili, si identificano nell’infermiere donna e nell’altro personale sanitario di genere femminile le categorie che costituiscono la tipologia di operatore sanitario su cui si concentrano maggiormente, in numero assoluto, gli eventi di aggressione e violenza. Questo evidenzia la possibilità di inquadrare questo specifico fenomeno nel più ampio contesto della violenza contro le donne. Inoltre, il fenomeno delle aggressioni al personale sanitario assume una particolare rilevanza nell’ambito della medicina veterinaria.
Le linee guida ILO, ICN, WHO e PSI sintetizzano i fattori di rischio relativi alla vittima:
- Profilo professionale: infermieri e personale dei mezzi di soccorso (rischio molto alto), medici, personale tecnico (rischio alto), tutti gli altri professionisti (rischio comunque presente).
- Vulnerabilità reale o percepita: personale appartenente a minoranze, personale in formazione o in fase di inserimento, lavoratori precari, lavoratori di giovane età, donne.
- Esperienza e attitudini: basso livello di esperienza, atteggiamento poco disponibile o irritante, scarsa capacità di accettare i problemi.
Le aree assistenziali in cui questi episodi accadono con maggiore frequenza sono i dipartimenti di emergenza-urgenza e le psichiatrie, in cui la violenza sul luogo di lavoro è percepita e talvolta accettata dagli infermieri come parte del lavoro stesso (Ayasreh e Hayajneh, 2021; Pich et al., 2017; Hesketh et al., 2003).
Cause della violenza in ambito sanitario e strategie di mitigazione
La maggior parte degli studi mostra che l’eccessivo tempo di attesa nell’erogazione delle prestazioni costituisce il principale fattore determinante il verificarsi di episodi di aggressione e violenza contro gli operatori sanitari (Algwaiz e Aghanim, 2012; Hamdam e Abu Hamra, 2015; Davey et al., 2020; Shafran-Tikva et al., 2017; Raveel e Schoenmakers et al., 2019; Serrano Vicente et al., 2019).
Altri fattori connessi includono:
- Aspettative irrealistiche da parte dei pazienti (Honarvar et al., 2019; Hamdam e Abu Hamra, 2015; Davey et al., 2020; Shafran-Tikva et al., 2017; Raveel e Schoenmakers, 2019).
- Scarsa conoscenza da parte dei pazienti e dei loro familiari del sistema sanitario e dei servizi.
- Scarsa comunicazione tra i pazienti e gli erogatori delle prestazioni (Hamdam e Abu Hamra, 2015; Shafran-Tikva et al., 2017; Tucker et al., 2015).
- Mancanza di competenze nella comunicazione tra gli erogatori delle prestazioni (AulAlRab e Al Khawaldeh, 2014; Hamdam e Abu Hamra, 2015; Tucker et al., 2015).
- Comportamento adottato (Pompeii et al., 2015; Shafran Tikva et al., 2017).
- Condizioni connesse al setting ospedaliero (Shafran-Tikva et al., 2017; Wong et al., 2017).
- Professionalità del personale sanitario, incluso l’uso di commenti inaccettabili e la disaffezione da parte degli utenti nei confronti della qualità dei servizi (Pompeii et al., 2015; Shafran-Tikva et al., 2017).
- Assenza di politiche e strategie e staff inadeguato (Algwaiz e Aghanim, 2012; Bilici et al., 2016).
- Lunghi turni di lavoro (Honarvar et al., 2019).
Inoltre, una revisione sistematica riporta come causa degli eventi di violenza l’abuso di sostanze da parte dei pazienti e il loro stato psichiatrico (Raveel e Schoenmakers, 2019). Un’altra revisione indica che la salute psicologica del paziente, inclusa ansia, reazioni acute di stress, intossicazione alcolica e/o da droghe e demenza, sono predittori di violenza fisica contro gli operatori sanitari perpetrata dai pazienti (D’Ettorre et al., 2018).
Strategie di gestione e mitigazione
La relazione ONSEPS si sofferma anche sulle strategie di gestione delle conseguenze degli atti di violenza. In un’ottica di approccio reattivo all’evento, si stanno studiando i fattori che possono agire positivamente sull’instaurazione di disturbi e danni, soprattutto a livello psicologico. Tra questi, i fattori che si sono dimostrati favorevoli alla correlazione tra violenza e burnout sono di carattere strutturale/organizzativo (supporto sociale, qualità dell’ambiente di lavoro, leadership autoritaria, basso livello di autonomia, lunghe giornate di lavoro) e tipo di personale (età, genere, nazionalità e laurea). Fattori invece che sono risultati protettivi sono la qualità dell’ambiente di lavoro, la rete di mutuo supporto e le strategie di adattamento (Giménez Lozano et al., 2021).
La disponibilità di un supporto di counseling attenua la relazione tra l’aggressione fisica e le tre dimensioni caratterizzanti il burnout (esaurimento emotivo, spersonalizzazione e realizzazione personale) in maniera meno rilevante in relazione a un’aggressione verbale. In generale, la disponibilità di un intervento di counseling può aiutare a minimizzare l’impatto negativo dell’esposizione a un’aggressione sulla salute mentale (Vincent-Hoper et al., 2020; Di Prinzio et al., 2022).
Riguardo alla mitigazione del fenomeno, dovrebbero essere attuate strategie di prevenzione per ridurre gli attacchi contro i professionisti sanitari, soprattutto quelli che lavorano nei dipartimenti di emergenza (Bilici et al., 2016). In particolare, è raccomandato potenziare il personale di sicurezza e la formazione per mitigare la violenza sul luogo di lavoro in contesto sanitario. Da diversi studi è messo in evidenza il ruolo centrale della formazione degli operatori anche per promuovere la comprensione del fenomeno, e la necessità di supervisione clinica (Geoffrion et al., 2020; Ashton et al., 2018; Kynoch et al., 2011).
Un tema chiave ai fini della prevenzione è costituito dalla definizione di strategie di comunicazione, così come dall’organizzazione e conduzione di campagne informative e di sensibilizzazione pubbliche sul fenomeno, altamente raccomandate per annullare carenze di comunicazione (Davey et al., 2020). Altre misure di prevenzione sono costituite dall’avere con sé un telefono, conoscere e praticare tecniche di autodifesa e inerenti alla capacità di dissuadere possibili aggressori, invitandoli in maniera efficace ad evitare di essere violenti, avere capacità di auto-supporto e ricevere supporto sociale, e limitare le interazioni con potenziali o conosciuti aggressori (Gillespie et al., 2010).
Violenza sugli anziani: discriminazione e fragilità
L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) definisce l’abuso sugli anziani come “un’azione singola, o ripetuta, o una mancanza di un’azione appropriata, che avviene all’interno di qualsiasi relazione in cui si sviluppa un’aspettativa di fiducia e che causa danno o dolore alla persona anziana”. Anche la discriminazione e i pregiudizi a causa dell’età e del genere possono essere considerati forme di abuso. Tra i fattori di rischio, l’OMS individua l’età e il sesso, per cui le donne risultano essere più a rischio. La diffusione di pregiudizi culturali come la discriminazione degli anziani (“ageism” - per cui anziano = inutile, “un peso”) e le disuguaglianze di genere creano terreno fertile per una cultura della “tolleranza della violenza” su questo tipo di target.

La violenza è una grave violazione dei diritti umani ed è una forma di discriminazione contro le donne (art. 3 della Convenzione di Istanbul, in vigore dal 2014). Anche la rappresentazione del fenomeno ha una ricaduta culturale: gli studi sulla violenza di genere spesso considerano una fascia d’età che va dai 18 ai 60 anni, al massimo fino ai 70 anni (come nel caso dell’ISTAT). Questo preconcetto esclude la donna oltre i 70 anni come probabile vittima di violenza di genere. La donna ultra settantenne, se abusata, rientrerà nei dati sul fenomeno dell’abuso degli anziani, come se dopo una certa età il fattore genere non fosse importante.
L’OMS considera il maltrattamento delle persone anziane un grave problema sociale e di salute pubblica, ma non riconosce l’ageismo, quale discriminazione per via dell’età, allo stesso modo come il razzismo è legato al colore della pelle e il sessismo, legato al genere. Il credere che le persone anziane siano un peso, dipendenti, deboli, incapaci, favorisce l’abuso e il maltrattamento nei loro confronti, soprattutto nei “grandi vecchi”.
Le varie forme di abuso nella popolazione anziana vengono declinate con nomi diversi da vari autori:
- Abuso psicologico: modalità relazionale che provoca sentimenti di colpa, impotenza, vergogna e disperazione; minacce di abbandono, umiliazione, isolamento, controllo; può essere associato ad altri abusi e l’abusato può divenire abusante.
- Abuso fisico: uso non accidentale della forza che causa dolore e sofferenza, tramite azioni quali colpire, bruciare, ferire, legare, graffiare, costringere a mangiare, a bere, a restare a letto.
- Abuso sessuale: sia fisico che molestie verbali, contatto sessuale non consensuale.
- Abbandono, negligenza, trascuratezza: assenza di assistenza quotidiana o inadeguatezza delle cure primarie (nutrizione, idratazione, igiene e mobilizzazione) e dell’ambiente di vita, ignorare esigenze mediche e fisiche, mancato accesso a servizi sanitari, sociali, educativi, etc. Indicatori includono: mancanza o limitati beni di prima necessità, trascuratezza igiene personale, assenza di ausili necessari, abbigliamento non adeguato, presenza di feci/urina nel vestiario/biancheria da letto, presenza di sporcizia e insetti/animali, ambiente malodorante.
- Abuso economico-finanziario: utilizzo improprio e non autorizzato del denaro, di beni di valore e delle proprietà, senza reale consapevolezza o consenso della persona anziana.
- Abuso farmaceutico: iperdosaggio di farmaci o privazione di medicamenti necessari, somministrazione di cure che causano peggioramento o alterano lo stato di vigilanza e lucidità della persona.
- Abuso discriminatorio: legato al razzismo, al sessismo, ageismo, basato sulla disabilità della persona, altre forme di molestie, insulti ecc.
- Abuso istituzionale: abusi derivanti dalle organizzazioni, dalle residenze sanitarie-assistenziali.
In Italia, non si hanno dati sulla prevalenza del tipo di abuso, ma ricerche canadesi rilevano che il 70% dei casi di abuso sugli anziani riguarda le donne, mentre il Regno Unito identifica le donne come vittime di maltrattamenti nel 67% dei casi. A livello europeo, dati OMS rilevano la prevalenza di abusi psicologici, poi quelli economico-finanziari, seguiti da quelli fisici e per ultimi quelli sessuali. L’incidenza è maggiore nelle persone con disabilità sia fisica che cognitiva e in condizione di non autosufficienza; ulteriori fattori di rischio sono l’età (over 80) e il genere femminile.
Il ruolo dell'assistente sociale e la prevenzione
Nel lavoro con le donne anziane, l’assistente sociale viene di norma contattata inizialmente dai familiari che si rivolgono per richiedere servizi. Talvolta, ci si trova in difficoltà a raccogliere in modo esaustivo gli elementi conoscitivi attraverso un approccio sistemico (Campanini, 2002), in quanto spesso i familiari o l’amministratore di sostegno non sono a conoscenza di alcune informazioni o non comprendono il senso di alcune domande poste dagli operatori. Spetta al professionista verbalizzare i significati. L’incontro successivo con l’interessata permette di riordinare altri elementi ai fini di una valutazione.
Il colloquio in contesto di visita domiciliare è uno strumento importante per cogliere le dinamiche familiari, le modalità di rapporto fra i vari conviventi, conoscere chi si prende cura dell’anziana, l’ambiente di vita, le disponibilità materiali, la qualità dell’igiene ambientale, la libertà di movimento e le relazioni con il vicinato. L’ambiente può stimolare a fare domande che ampliano la conoscenza della persona. Altre volte è necessario svolgere il colloquio sociale in ufficio, per garantire maggiore serenità senza intromissioni da parte di terzi. È opportuno dedicare un tempo sufficiente per ogni colloquio al fine di lasciare spazio a domande e approfondimenti.
Il lavoro biografico permette all’operatore di raccogliere il percorso della donna anziana e, attraverso un approccio sistemico, fare delle ipotesi di rischio. Non è raro riscontrare eventi nell’infanzia o nella vita coniugale contrassegnati da violenze più o meno marcate. Da parte dell’assistente sociale, è fondamentale curare la relazione, attraverso un atteggiamento di maternage, di cura e attenzione. L’ascolto dell’anziana richiede pazienza e disponibilità, modulando il linguaggio verbale e non verbale.
L’assistente sociale, attraverso il lavoro di rete, si raccorda con altri operatori. Questo strumento permette di fare un quadro più completo della situazione, ma nel contempo di confrontarsi con la cultura degli altri operatori e di condividere conoscenze e dubbi circa il rischio di essere di fronte a una presunta vittima. Durante l’attività professionale, sorgono diverse domande: quali significati danno i vari professionisti? Quanto l’ageismo influenza la valutazione? Quale conoscenza della violenza di genere hanno i geriatri, gli operatori socio-sanitari, gli infermieri del territorio, i fisioterapisti e altri operatori dell’area dedicata agli anziani?
In un approccio basato sul rispetto dell’autodeterminazione, l’assistente sociale sosterrà la presunta vittima senza prevaricare la sua volontà, facilitando una presa di consapevolezza del suo stato di benessere/malessere, delle sue priorità, delle sue speranze, dei suoi desideri, delle azioni che vorrebbe intraprendere, e offrirà una guida nell’esplorare le possibili soluzioni e risorse.
Se nel caso delle donne giovani e madri vittime di violenza, esse riescono, se pur con fatica, a sviluppare una progettualità futura, o comunque vi è una spinta al cambiamento almeno per i propri figli, nel caso delle donne ultra sessantacinquenni, questa progettualità è di difficile immaginazione, non intravedendo futuro. Spesso a causa del doppio legame di dipendenza con un coniuge maltrattante malato o un figlio abusante in difficoltà, per la donna anziana che subisce violenza da anni, un cambiamento non è concepibile.
L’assistente sociale, sulla base della valutazione del rischio, potrà intervenire mettendo in sicurezza la presunta vittima, se possibile con interventi di sostegno: ad esempio garantire una presenza neutra in casa, con il servizio di assistenza domiciliare, che possa essere di sostegno e di mediazione nella relazione, sollevare il caregiver maltrattante dai compiti assistenziali quotidiani, proponendo la frequenza ai centri diurni; offrire uno spazio di ascolto al caregiver riconoscendo queste fatiche e trovare strategie per incanalarle senza danno. Oltre al lavoro sul caso, l’assistente sociale di territorio può attuare strategie preventive a livello comunitario, sensibilizzando altri operatori proponendo percorsi formativi congiunti.
Il fenomeno della violenza di genere è ancora un fenomeno sommerso, ancor di più quello che coinvolge le donne over 65 anni. Vi è scarsa conoscenza quali-quantitativa della violenza di doppia vulnerabilità, legata all’età e al genere. Tale fenomeno ha il carattere dell’invisibilità perché avviene nel privato delle relazioni familiari e affettive, perché non sempre se ne riconoscono i contorni e i contenuti. Serve maggiore consapevolezza; serve attenzione e senso di responsabilità da parte di tutti: degli operatori che vanno formati e addestrati a riconoscere questi segnali. Un approfondimento dal punto di vista giuridico, rispetto agli obblighi degli operatori, sarebbe necessario. È indispensabile una formazione specifica, che coinvolga quelle figure che per ruoli e competenze professionali sono potenzialmente degli osservatori privilegiati, in quanto operanti in quelle situazioni ove si verifica una fragilità della donna anziana. Serve costruire reti sociali forti ed ostacolare l’isolamento, che rende particolarmente facile la manipolazione dell’abusante sia esso partner che figlio/a, e dare strumenti di lettura ai familiari che delegano l’assistenza a privati. Servono soprattutto politiche mirate e lungimiranti di valorizzazione della terza/quarta età della donna, e nello specifico della donna in età senile. Valorizzazione di quella donna anziana, che si prende cura dei nipoti, dei figli disoccupati o disabili, del coniuge ammalato. È per tale ragione che è fondamentale intercettare e rendere consapevoli le donne di ogni età, per non arrivare con un fardello di difficile soluzione in età anziana, soprattutto per la ridotta progettualità di vita. Si pensi alle giovani donne madri aiutate durante la scelta di allontanarsi da un compagno violento: avranno sviluppato un sufficiente equilibrio relazionale e affettivo per proteggersi da eventuali successivi rapporti malsani?

La Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica, nota come Convenzione di Istanbul, ratificata in Italia il 19 giugno 2013, prevede la protezione e il supporto ai bambini “testimoni di violenza domestica”, propone l’introduzione di circostanze aggravanti nel caso in cui il reato sia stato commesso su un bambino o in presenza di un bambino, e il ricorso, se necessario, a misure di protezione specifiche che prendano in considerazione il superiore interesse dei bambini e degli adolescenti coinvolti in episodi di violenza domestica.
Il "sistema Italia" è ancora oggi privo di un sistema informativo istituzionalizzato e omogeneo per la raccolta dati sul maltrattamento nei confronti dei bambini, e di conseguenza, di un adeguato sistema di monitoraggio. Questa lacuna è stata più volte evidenziata con preoccupazione dallo stesso Comitato ONU per la CRC (Convention on the Rights of the Child), come priorità alla quale il nostro Paese è chiamato a dare una soluzione. Il Piano nazionale di Prevenzione 2014-2018 contiene timidi accenni all’impatto del maltrattamento sulla salute mentale dei bambini, ma l’argomento è spesso completamente trascurato nei Piani sanitari. Sul fronte della cura e riparazione dell’abuso, il Servizio Sanitario Nazionale presenta alcune esperienze di eccellenza, in particolare per il settore psicologico e psicoterapeutico. Tuttavia, i servizi e i centri che si occupano di prestazioni sanitarie per bambini vittime di maltrattamento non possiedono specifiche norme per l’autorizzazione e l’accreditamento. Nell’ordinamento giuridico italiano, al fenomeno della violenza assistita non corrisponde una fattispecie specifica ed autonoma di reato in cui venga identificato il minore quale persona offesa. Tale vuoto normativo viene colmato riconducendo i singoli comportamenti alle fattispecie di reato esistenti, qualora ne ricorrano i presupposti.
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