L'Ex Amiantifera di Balangero: Storia, Bonifica e Prospettive Future

L'ex Miniera di Amianto di Balangero, situata in provincia di Torino, rappresenta un capitolo complesso e significativo della storia industriale italiana, caratterizzato da un'intensa attività estrattiva e, successivamente, da un lungo e articolato processo di bonifica e riqualificazione. Questo sito, un tempo la più grande cava di amianto all'aperto d'Europa, oggi è al centro di un ambizioso progetto di recupero ambientale e sviluppo sostenibile, che mira a trasformare un passato problematico in un futuro energetico innovativo.
Le Origini e l'Era dell'Estrazione dell'Amianto
La storia dell'Amiantifera di Balangero affonda le sue radici all'inizio del XX secolo. La scoperta del giacimento di amianto sul Monte San Vittore, nel 1904, da parte del comm. Callisto Cornut, segnò l'inizio di un'era di intensa attività. I primi studi per valutare la presenza del minerale furono eseguiti negli anni successivi, culminando, nel 1918, nella fondazione della Società Anonima Cave di San Vittore. Questa società, supportata da un gruppo di azionisti piemontesi e romani, banche prestigiose come il Banco di Santo Spirito e il Credito Italiano, e l'I.R.I., diede il via alle attività di estrazione nella primavera dello stesso anno.
Il primo impianto di macinazione e separazione dell'amianto entrò in funzione nel 1921, con una capacità iniziale di 500-600 tonnellate di roccia grezza al giorno. Negli anni seguenti, le opere di scavo furono potenziate e gli impianti ampliati. Nel 1926, l'inaugurazione dei primi impianti meccanici di trasporto segnò un incremento della produzione a 3.000 tonnellate di roccia al giorno. L'anno successivo, un nuovo fabbricato per la frantumazione aumentò la capacità di produzione di fibra, portando la produzione annua a 36.000 tonnellate.
Il sistema di estrazione iniziale, noto come "Glory hole", prevedeva la creazione di scavi ad imbuto attraverso i quali i blocchi di roccia, staccati con esplosivo da minatori sospesi a funi, cadevano nel fondo e venivano raccolti su vagoncini. Sei imbuti principali, denominati Celesia, Barutello, S. Barbara, Zero, Bellezza e Onorato, garantivano l'afflusso del minerale. Il materiale grezzo, una volta giunto all'aria aperta, subiva processi di frantumazione, essiccazione, separazione e insaccatura. Per ottimizzare il processo e preservare l'integrità delle fibre, l'ing. Eva introdusse l'idea di un piano inclinato per trasferire la roccia ai macchinari di frantumazione.
Nel corso degli anni, la tecnologia di lavorazione si evolse ulteriormente. Nel 1926 fu installato un frantoio per ridurre la pietra a diametri inferiori, seguito da un sistema di forni per l'essiccazione e da un impianto Tubemill che, con l'ausilio di sfere di ercolite, riduceva il materiale grezzo a un diametro di 6 mm. Una corrente d'aria aspirata separava le fibre liberate durante la frantumazione, permettendo un ciclo di lavorazione continuo di 24 ore.

Nel periodo 1942-1948, si tentò anche l'estrazione di nichel dal Monte San Vittore, ma senza successo. Nonostante una riduzione dell'attività nel 1944-45 dovuta alle condizioni del mercato interno, la pausa fu sfruttata per migliorare gli impianti. La produzione riprese vigore nel dopoguerra, superando i livelli pre-bellici e raggiungendo le 35.350 tonnellate nel 1948 grazie all'ammodernamento degli impianti.
Un'innovazione significativa avvenne tra il 1956 e il 1960, quando si passò dalla tradizionale coltivazione a Glory hole alla coltivazione a gradoni meccanizzati. Questo nuovo metodo offriva maggiore sicurezza, poiché eliminava le pendenze elevate e i rischi associati alle condizioni meteorologiche avverse, e riduceva la necessità di spostare continuamente gli imbuti di carico. La zona di scavo assunse la forma di un semi-anfiteatro con gradoni alti 12 metri e larghi 8-10 metri, aumentando la produzione di fibra a 35-40.000 tonnellate annue.
Negli anni '70, la produzione continuò a crescere, portando all'acquisto di nuovi mezzi e al miglioramento delle tecnologie. Vennero smaltite grandi quantità di polveri d'amianto, utilizzate come riempitivi nei conglomerati bituminosi. Il parco macchine raddoppiò rispetto agli anni '50, con mezzi più affidabili e potenti.

Il 1983 segnò un altro passaggio di proprietà, con l'Amiantifera di Balangero S.p.A. ceduta dalla Eternit e dalle Manifatture Colombo ai fratelli Puccini. Tuttavia, la società attraversò un periodo di grave involuzione, culminato nella chiusura per fallimento nel 1990, con il conseguente licenziamento dei dipendenti. L'anno successivo, nel 1992, la legge n. 257 bandì l'uso dell'amianto in Italia, ponendo fine a un'era industriale.
La Bonifica e la Nascita della RSA S.r.l.
La chiusura della miniera lasciò dietro di sé un sito di vaste dimensioni, 310 ettari, con significative criticità ambientali legate alla presenza di amianto. Dopo vari tentativi di riattivazione e trattative che non andarono a buon fine, nel 1994 si costituì una società a capitale privato per lo smontaggio delle strutture. Tuttavia, questa società cessò i lavori verso l'anno 2000.
Attualmente, la bonifica totale del sito è affidata alla "R.S.A. s.r.l. - Società per il risanamento e lo sviluppo ambientale dell'ex miniera di amianto", una società a responsabilità limitata a capitale interamente pubblico. La RSA S.r.l. è il soggetto incaricato di gestire le complesse operazioni di risanamento e di decommissioning degli stabilimenti, nonché la bonifica e la riqualificazione delle vasche fanghi e del bacino di coltivazione dell'ex cava.
Cos'è l'amianto, quando è pericoloso e come viene smaltito
L'avvio delle attività previste dal nuovo accordo di programma per la bonifica del sito di interesse nazionale dell'ex Miniera di Amianto di Balangero e Corio ha visto un importante incontro con il ministro dell'ambiente Gilberto Pichetto Fratin. Questo evento ha offerto l'occasione per illustrare lo stato di avanzamento dei lavori di bonifica e messa in sicurezza. I risultati ottenuti sono tangibili: a breve, circa due terzi dell'intera superficie del sito saranno considerati definitivamente messi in sicurezza. Questo traguardo rappresenta un passo fondamentale verso il recupero ambientale dell'area.
La Città Metropolitana di Torino, attraverso la consigliera delegata Sonia Cambursano, ha ribadito il proprio impegno a sostegno delle ulteriori attività di bonifica. L'Ente non si limita a un supporto finanziario e amministrativo, ma mette a disposizione del territorio professionalità specializzate, come il geologo Gian Luigi Soldi, impegnate nel perseguimento degli obiettivi della RSA.
Prospettive Future: Verso un Polo Energetico Ecosostenibile
La bonifica dell'ex Amiantifera di Balangero non è solo un'operazione di recupero ambientale, ma apre anche interessanti prospettive per il futuro sviluppo dell'area. L'orientamento è chiaro: la creazione di un polo di produzione energetica ecosostenibile e innovativa.
Una delle ipotesi più concrete, consolidatasi nel 2007, prevede la costruzione di un grande campo per la produzione di energia fotovoltaica sui gradoni della ex miniera. Il progetto prevede l'installazione di 21.300 moduli fotovoltaici, per una potenza di picco totale intorno ai 3,8 Mwp. Questo ambizioso progetto mira a trasformare un sito con un passato problematico in un esempio di transizione energetica e sostenibilità.

L'acquisizione pubblica degli impianti e dei macchinari dismessi da parte della RSA srl è un passaggio cruciale che consente di avviare gli interventi di bonifica e riqualificazione necessari per la realizzazione di questi nuovi progetti. La visione è quella di restituire al territorio un'area non solo sicura dal punto di vista ambientale, ma anche produttiva e all'avanguardia nel settore delle energie rinnovabili.
L'Amiantifera di Balangero nella Cultura Italiana
È interessante notare come l'Amiantifera di Balangero abbia trovato spazio anche nella letteratura italiana del Novecento. Primo Levi e Italo Calvino, due tra i più noti scrittori italiani, hanno citato la miniera nelle loro opere. Calvino, in particolare, nel 1954, inviato come redattore de "L'Unità", documentò una vertenza dei lavoratori della miniera contro la proprietà, offrendo una prospettiva umana e sociale sulle vicende legate a questo luogo.
La storia dell'Amiantifera di Balangero è dunque un racconto complesso, che intreccia progresso industriale, sfide ambientali e speranze per un futuro sostenibile, confermando l'importanza della memoria storica e della visione lungimirante per la riqualificazione dei siti industriali dismessi.
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