Pensieri nella Vecchiaia: L'Eterna Melodia della Natura e della Memoria

La vecchiaia, spesso percepita come un declino, può rivelarsi un periodo di profonda introspezione e di rinnovata connessione con il mondo circostante. È in questa fase della vita che i pensieri, come semi piantati nel corso degli anni, germogliano, dando vita a riflessioni sull'esistenza, sulla bellezza effimera e sulla resilienza dello spirito umano. Il libro "Pensieri nella vecchiaia" di Virginia Gattegno, e le poesie che ne scaturiscono, offrono uno sguardo commovente su questa transizione, intrecciando la memoria del passato con l'osservazione attenta del presente, in un dialogo costante con la natura e con le profonde cicatrici della storia.

La Natura come Rifugio e Fonte di Ispirazione

La poesia, in particolare quella di Antonio Avenoso e, per estensione, i pensieri di Virginia Gattegno, trova nella natura un'inesauribile fonte di ispirazione e consolazione. Non si tratta di una contemplazione passiva, ma di un'immersione attiva, un dialogo sensoriale che trasforma il paesaggio in una "biblioteca della natura". Gli alberi, con le loro foglie, diventano titoli di un sapere ancestrale, mentre il vento sussurra storie tra le ginestre, elevate a "mitiche divinità" che scandiscono il ritmo delle stagioni.

Albero con foglie colorate

Questo legame profondo con il mondo naturale si manifesta nell'attesa paziente delle stagioni, nel riconoscere la bellezza fugace di un uccello in volo, nella quiete delle "brume del mattino". Queste "piccole attenzioni", come le definisce Avenoso, sono il tessuto stesso della felicità, un "arioso godimento del cielo" che si ritrova nel finito, nel tangibile. Il poeta, in questa visione, è un "accorto testimone", colui che osserva, sogna e disegna un mondo plasmato da questa sensibilità al richiamo dell'esistente. È un viaggio verso l'infinito, intrapreso dal finito, un ritorno e una ripartenza continua, senza mai naufragare nella vastità dell'universo, ma ricercando la gioia nel concreto.

La natura non è solo uno sfondo, ma un'entità viva e partecipe. Le sue atmosfere possono evocare la sensualità dei "sensuali quieti abbandoni" descritti in versi che richiamano Neruda, dove "la casa sa di versi, /le mele rosse schizzano sul prato. /Il paesaggio si distende /come donna, /celebra la dorsale del corpo, /e pare eterna la quiete". Ma la natura è anche colei che spinge alla resilienza, come nel caso degli insetti che "corteggiano il melo" per una futura vita, suggerendo un invito a non arrendersi di fronte alle avversità.

La Gioia Eterna nella Natura: Oltre il Dolore

La sezione "Eterna è la gioia" del libro di Gattegno, e le riflessioni poetiche in essa contenute, esplorano la natura ambivalente dell'esistenza, dove il dolore e la gioia si alternano, ma dove quest'ultima trova una sua radicazione profonda nel mondo naturale. La gioia, si legge nei versi, "è inverosimile" al limitare del terreno, eppure "ammiccare si dovrebbe al mare, /come quando la gioia pare polvere di stelle, fiori a cadere di fronte alla luce". La gioia si manifesta nella danza del crepuscolo, nell'azzurro del cielo, nelle foglie del ciliegio in fiore, ma anche nella "tempesta di neve quando l’inverno spuntava".

Paesaggio autunnale con alberi spogli e nebbia

La domanda fondamentale che emerge è: dove risiede l'eternità della gioia? La risposta è cristallina: nella natura stessa, nel farsi natura in ogni stagione. Questo farsi natura non è un mero atto di osservazione, ma un'immedesimazione profonda. Come l'estate non può essere senza sole, né il pane senza il chicco di grano, così la gioia si realizza nel "tempo minimo dell’esistere", nell'"esercizio di mente e cuore". L'approdo al mare, metafora del raggiungimento di una serenità profonda, diventa il simbolo di questa gioia eterna, un'aspirazione a connettersi con l'essenza vitale dell'universo.

Il poeta, attraverso un sapiente uso di figure retoriche come la sinestesia, la similitudine e la metafora, crea un ordito semantico che conferisce unicità e armonia al testo. Le rime finali in "-are" non sono una ricerca formale fine a sé stessa, ma un percorso simbolico che evoca la distesa marina, un invito ad "andare ancor più con la sola forza del sognare" per avvicinarsi al mondo. Questo avvicinamento comporta una "vitale partecipazione con e fra tutti gli esseri umani e no".

La Memoria di Auschwitz: Cicatrici e Testimonianza

Tuttavia, la poesia di Virginia Gattegno è indissolubilmente legata a una memoria storica dolorosa e indelebile: quella di Auschwitz. Nata a Roma nel 1923, la sua famiglia si trasferì a Rodi, dove, nel 1944, all'età di ventuno anni, fu arrestata dai nazifascisti perché ebrea. La sua intera famiglia - nonna, madre, sorella e due fratelli - venne deportata nel campo di sterminio. Il destino più crudele colpì subito la nonna, la madre e il fratellino di soli quattro anni, condotti nella camera a gas il giorno dopo l'arrivo. Virginia, insieme alla sorella maggiore Lea, scampò miracolosamente all'orrore grazie all'arrivo delle truppe russe.

Filo spinato con cielo nuvoloso

Questa esperienza traumatica segna profondamente la sua vita e la sua opera. I versi dedicati alla "giovane madre trucidata dai nazisti" rivelano una "sorprendente capacità di comunicare al mondo, con l'aiuto della poesia e l'immaginazione creativa, una delicata e intensa fantasia". La domanda che emerge, e che riecheggia nel pensiero di Alessandra Ruth Chinaglia, è toccante: "Come sarebbe stata la giovane madre trucidata ad Auschwitz da vecchia? Come identificarsi con lei nel difficile periodo della quarta età?".

Nonostante l'orrore vissuto, Virginia Gattegno non si è arresa. Ha ricostruito la sua vita, sposandosi, avendo due figlie, Raffaella e Donatella, e intraprendendo la carriera di insegnante elementare. Ha portato con sé, nei suoi lunghi giorni di vita, un "diario segreto, fitto di poesie o semplici pensieri". È stata proprio sua figlia Donatella a condividere con discrezione questi scritti, definendoli con umiltà "pensieri/versi".

La sua scelta di testimoniare è maturata negli anni '80, durante una passeggiata sulla spiaggia del Lido di Venezia. "Camminavo sulla spiaggia del Lido e riflettevo. Ripensavo. Guardavo le impronte che avevo lasciato: sì, io ero stata ad Auschwitz. Tra il mare e la sabbia, presi la mia decisione". Come insegnante, si rivolse ai suoi alunni per raccontare la sua storia, la sua giovinezza vissuta nella "paura di essere e stessa, di essere ebrea, e che qualcuno ci facesse del male". La sua testimonianza è raccolta anche nel libro "Per chi splende questo lume", scritto con Matteo Corradini.

La Poesia come Strumento di Comprensione e Riconciliazione

Il legame tra la poesia e la memoria è un tema ricorrente, esplorato anche attraverso il ricordo di Umberto Eco. In un'intervista del 1991, Eco sottolineava la distinzione tra poesia e prosa, affermando che in poesia "alcune regole precise del Piano dell’Espressione dettano addirittura i contenuti!". Questa visione ci aiuta a comprendere come la poesia di Gattegno, pur nella sua apparente semplicità, sia intrisa di un significato profondo, dove la forma stessa contribuisce a veicolare il messaggio.

"Le origini storiche Shoah nella cultura occidentale: la testimonianza di Theodor W. Adorno"

Il poeta, secondo Eco, non si limita a narrare, ma utilizza il linguaggio in modo tale che "il piano dell'espressione detta le regole al contenuto". Nel caso di Gattegno, le sue poesie, i suoi "pensieri", diventano un modo per elaborare il trauma, per dare voce a un dolore inimmaginabile, ma anche per ritrovare un senso di umanità e connessione. La sua cifra poetica, pur non essendo "palesemente prorompente", si distingue per un "perfetto intreccio ritmico" e per l'uso di figure retoriche che rendono i suoi versi intensi e commoventi.

La poesia diventa così uno strumento di comprensione, non solo del proprio vissuto, ma anche della condizione umana in generale. L'alternanza di stati d'animo contrapposti, il dolore che si scontra con il "riscatto o almeno con un augurio di riscatto", come nel verso "Ogni nostro incontro/vorrebbe farsi stella./Non disperazione,/strada senza ritorno,/ma stella, che in alto brilla,/là dove il nulla vaga", suggerisce una ricerca di senso e di speranza anche nelle circostanze più difficili.

La Profondità della Memoria Ebraica e Universale

La figura di Virginia Gattegno si inserisce in un contesto più ampio di memoria ebraica, che attraversa secoli di storia e di persecuzioni. Il riferimento a Elia Benamozegh, rabbino di Livorno che nel 1870 scrisse contro la guerra, sottolinea la continuità di un pensiero etico che denuncia il "crimine della guerra" e auspica l'abolizione totale dei conflitti. La sua convinzione che le radici della guerra risiedano nell'"odio tra le nazioni" e in una "cinica mistica della forza" risuona ancora oggi con forza profetica.

La storia di Virginia Gattegno, come quella di molti altri sopravvissuti alla Shoah, è un monito perpetuo contro l'oblio e un invito alla riflessione sui valori fondamentali dell'umanità. La sua testimonianza, affidata alla poesia e alla prosa, è un lascito prezioso che ci ricorda la fragilità della pace e l'importanza della memoria per costruire un futuro diverso.

La sua opera, "Pensieri nella vecchiaia", si rivela quindi un'opera corposa e importante, che si colloca a pieno diritto come un'opera fondamentale per avvicinarsi alla sua cifra poetica. Una cifra che, attraverso la delicatezza e l'intensità della sua scrittura, riesce a trasmettere un messaggio universale di resilienza, speranza e amore per la vita, anche di fronte alle più oscure tragedie della storia. La sua poesia ci insegna che anche nella vecchiaia, anche dopo aver attraversato l'abisso, è possibile trovare la forza di guardare alla natura, di ricordare con dolore ma anche con la forza della testimonianza, e di continuare a cercare la bellezza e la gioia nel tessuto stesso dell'esistenza.

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