L'infermiera e il vaccino: tra libertà di scelta e responsabilità professionale
L'emergenza sanitaria legata alla pandemia di coronavirus ha acceso un dibattito acceso e complesso, che investe non solo la sfera scientifica e medica, ma anche quella etica, sociale e individuale. Al centro di questo dibattito si posizionano figure professionali cruciali, come gli infermieri, che si trovano in prima linea nell'assistenza ai pazienti e nella gestione delle strutture sanitarie. Un'intervista pubblicata su La Stampa ha portato alla luce la posizione di Cristiana, un'infermiera professionale che opera in una Rsa del Torinese, la quale ha espresso la sua ferma intenzione di non vaccinarsi contro il coronavirus. Questa dichiarazione ha sollevato interrogativi e stimolato riflessioni sul ruolo della vaccinazione, sulla libertà di scelta individuale e sulle responsabilità che derivano da professioni sanitarie.

La posizione di Cristiana: libertà, cautela e percezione del rischio
La motivazione principale addotta da Cristiana contro la vaccinazione obbligatoria risiede nella salvaguardia della libertà individuale. "Mi disturba l’idea dell’obbligatorietà. Ognuno deve essere libero," afferma con convinzione. Questa posizione non si traduce, a suo dire, in un rifiuto aprioristico dei vaccini, definendosi non una "no vax". Piuttosto, manifesta una visione dei vaccini come "farmaci da usare con cautela". La sua personale abitudine, ad esempio, è quella di non sottoporsi mai al vaccino antinfluenzale, e per estensione, considera il Covid-19 non equiparabile a patologie di estrema gravità come la peste bubbonica.
La sua esperienza sul campo le ha permesso di osservare da vicino le dinamiche della malattia e le sue conseguenze. Cristiana sottolinea come, nella prima fase dell'epidemia, siano stati commessi "molti errori perché non si conosceva la malattia. Ciò ha contribuito a ingigantire le paure della gente." Questa affermazione suggerisce una critica alla gestione iniziale della pandemia, che a suo avviso avrebbe potuto alimentare un clima di allarmismo eccessivo.
Riguardo ai decessi da Covid-19 che ha potuto constatare, Cristiana osserva che "erano fragili, affetti da patologie pregresse. Il virus è stata una concausa. Non sono morti di Covid, ma col Covid." Questa distinzione è fondamentale nel suo ragionamento: per Cristiana, il virus non è quasi mai la causa unica del decesso, ma piuttosto un fattore che aggrava condizioni preesistenti in soggetti già vulnerabili.

Prevenzione e alternative al vaccino: l'approccio di Cristiana
Di fronte a queste considerazioni, Cristiana propone un approccio alternativo e complementare alla vaccinazione, basato su un elevato livello di prevenzione. "Come infermiera cerco di alzare il livello di prevenzione: evito le situazioni di rischio. Il rispetto scrupoloso delle norme di comportamento è più efficace di ogni vaccino: dispositivi di protezione, igiene e controllo dei colleghi." Questo principio guida la sua pratica quotidiana, enfatizzando l'importanza delle misure igienico-sanitarie e dell'uso dei dispositivi di protezione individuale (DPI) come strumenti primari per contenere la diffusione del virus. L'idea è che un comportamento attento e responsabile, sia a livello individuale che collettivo, possa costituire una barriera robusta contro l'infezione.
La sua determinazione nel rifiutare un eventuale obbligo vaccinale è altrettanto decisa: "mi dovranno legare per farmi la puntura." Pur ammettendo che si tratti di un'esagerazione, questa frase sottolinea la profondità della sua convinzione personale. A supporto della sua tesi, evidenzia che "il vaccino non dà completa sicurezza di immunità," mettendo in luce come anche i vaccinati possano contrarre e trasmettere il virus, sebbene in forme generalmente meno gravi.
Per quanto riguarda gli effetti collaterali, Cristiana riconosce che "gli effetti collaterali del vaccino sono noti e lievi e vanno dal prurito alla febbre." Tuttavia, esprime una riserva riguardo agli effetti a lungo termine: "Quelli di lungo termine non ancora," ma subito dopo aggiunge un contrappunto importante, "ma nessuno si sta iniettando un veleno." Questo riconoscimento della potenziale incertezza sugli esiti a lungo termine si bilancia con la consapevolezza che i vaccini in uso non sono sostanze nocive.

La scienza dietro il vaccino: velocità di sviluppo e basi di ricerca
Cristiana affronta anche il tema della rapidità con cui i vaccini anti-Covid-19 sono stati sviluppati, un aspetto che ha generato scetticismo in alcuni settori della popolazione. Spiega che "ci sono delle ragioni precise se si è arrivati al vaccino in così breve tempo." Innanzitutto, la tecnologia ha compiuto passi da gigante: "In primo luogo, la tecnologia si evolve e 'questo ovviamente ha velocizzato anche la realizzazione dei vaccini a RNA, che sono molecole facilissime da produrre in grandissima quantità'." La piattaforma a RNA messaggero (mRNA) ha rappresentato una svolta, consentendo una produzione rapida e su larga scala.
In secondo luogo, non si è partiti da zero: "In secondo luogo 'non siamo partiti da zero'. 'Questo virus era molto simile al virus della SARS, si è quindi potuto sfruttare il lavoro che era stato iniziato per un vaccino per la SARS che per fortuna non è mai servito'." La somiglianza con il virus della SARS ha permesso di riutilizzare e adattare ricerche e protocolli già esistenti, accelerando notevolmente il processo di sviluppo. "Il giorno che è stato pubblicato il genoma, il 10 gennaio, sapevamo già dove andare a parare, ovvero sulla proteina Spike." La rapida identificazione del genoma virale e della proteina Spike, bersaglio principale dei vaccini, ha rappresentato un ulteriore elemento di accelerazione.
Infine, Cristiana menziona un fattore temporale cruciale: "E dunque è fisiologico che nel bel mezzo di una pandemia i tempi si accorcino. Rimettersi in gioco a 40 anni ed esaudire il desiderio di una vita." Questo punto si collega alla natura stessa delle sperimentazioni cliniche in contesti pandemici. "Infine, bisogna considerare che 'i tempi di sperimentazione dei trial sono inversamente proporzionali ai tempi di diffusione dei virus'." In altre parole, la gravità e l'urgenza di una pandemia impongono un'accelerazione dei protocolli di sperimentazione, senza però compromettere la sicurezza e l'efficacia del vaccino.
Vaccini a mRNA
La seconda carriera di Cristina: un percorso di rinascita professionale e personale
Parallelamente alle riflessioni sulla vaccinazione, la storia di Cristiana offre uno spaccato di vita personale e professionale ricco di significato, focalizzato su una rinascita in età matura. "Rimettersi in gioco a 40 anni ed esaudire il desiderio di una vita. È quello che ha fatto Cristina, laureatasi recentemente in Infermieristica presso l’Università degli Studi di Brescia." Questo passaggio evidenzia un percorso di cambiamento radicale intrapreso in un'età in cui molte persone potrebbero sentirsi vicine al termine della propria carriera lavorativa.
La sua scelta di intraprendere studi universitari a 40 anni è stata motivata da un profondo desiderio di trovare un senso e una soddisfazione nella vita professionale, dopo aver attraversato periodi difficili. "Parafrasando il titolo di un noto best-seller di Marina Ripa di Meana e di un noto film di Carlo Vanzina - spiega Cristina - i miei primi 40 anni sono stati un disastro, fatti di un matrimonio fallito alle spalle e di scelte sentimentali e professionali direi tutt’altro che positive." Questa confessione apre uno spiraglio sulla sua sfera più intima, rivelando un passato segnato da delusioni e insoddisfazioni.
La decisione di iscriversi al corso di laurea in Infermieristica è stata un punto di svolta: "A 35 anni mi sono guardata allo specchio è mi sono chiesta perché continuassi a perdere tempo con lavori che non mi davano nulla di buono. Così mi sono iscritta al test per entrare al Corso di Laurea in Infermieristica. L’ho superato al primo colpo." Il superamento del test di ammissione ha rappresentato il primo passo concreto verso la realizzazione di questo nuovo progetto di vita.
Il percorso universitario è stato impegnativo e ha richiesto un notevole sforzo personale: "Sono seguiti momenti ancora più difficili, perché mi sono dovuta rimettere completamente in discussione e riaffrontare la vita da ventenne intrappolata in un corpo da quarantenne. Per tre anni ho studiato come una pazza, ho lavorato per mantenermi agli studi e ho cercato di ricostruirmi una dignità di donna e di futura professionista della salute." Questo periodo è stato caratterizzato da un intenso impegno nello studio, dalla necessità di conciliare il lavoro per il mantenimento economico e dal desiderio di ritrovare autostima e identità professionale.

La tesi, la libera professione e la dimensione umana dell'assistenza
Il tema della tesi di laurea di Cristina rivela una profonda sensibilità verso le problematiche che affliggono la categoria professionale: "La tesi di laurea di Cristina verte sull’assistenza ai colleghi Infermieri vittime di violenza." Questo argomento, oltre a dimostrare un interesse per le dinamiche interne alla professione, le ha aperto le porte al mondo del lavoro: "tesi che le ha permesso di inserirsi nel circuito lavorativo subito dopo aver concluso gli studi universitari, entrando a far parte di un team multi-disciplinare di medici e infermieri in regime di libera professione."
L'esperienza come libero professionista si è rivelata formativa e arricchente: "L’esperienza come Libero Professionista mi è servita tantissimo per quanto riguarda la mia crescita professionale - ci spiega la nostra interlocutrice - lavorare con professionisti di altre discipline e provenienti da altri percorsi di studio è stato unico e gradevole." La collaborazione con professionisti di diversa estrazione le ha permesso di ampliare le proprie prospettive e di comprendere l'importanza di un approccio multidisciplinare.
Un aspetto cruciale emerso da questa esperienza è la valorizzazione della dimensione umana nell'assistenza sanitaria: "Ho capito finalmente che la dimensione umana dell’assistenza è indispensabile e che quando dobbiamo curare una persona che sta male non dobbiamo pensare solo al suo fisico, ma alla sua anima, alla sua cultura, al suo stile di vita, alle sue consuetudini." Questa consapevolezza sottolinea come la cura debba abbracciare l'individuo nella sua interezza, tenendo conto di fattori psicologici, culturali e sociali che influenzano il benessere e la guarigione.
Il presente e il futuro: master, lavoro in RSA e progetti di vita
Cristina non si accontenta del percorso già compiuto e guarda avanti con ambizione: "Cristina non si è fermata alla laurea di primo livello; da un po’ di tempo a questa parte sta pensando anche alla Magistrale, ma per ora sta seguendo un Master in Management e Coordinamento delle Professioni Sanitarie." Questa scelta dimostra una volontà di approfondire le proprie competenze manageriali e di acquisire strumenti per una gestione più efficace dei servizi sanitari. La frequenza del Master, che sta svolgendo presso una prestigiosa università del Nord, comporta un ulteriore impegno nel bilanciare lavoro, studio e vita privata.
Il lavoro in una Residenza Sanitaria per Anziani (RSA) in Lombardia è descritto da Cristina come un ambiente ad alta intensità e complessità: "Lavorare in una Residenza Sanitaria per Anziani qui in Lombardia non è uno spasso, anzi è un continuo campo minato - ci spiega Cristina - occorre fare attenzione a tantissime questioni e non abbassare mai la guardia nell’interesse primario dell’assistito." Questa metafora del "campo minato" evoca la costante necessità di vigilanza e attenzione per garantire la sicurezza e il benessere degli ospiti.
Le sfide operative nelle RSA, in particolare durante i turni notturni, sono notevoli: "Le notti nella mia RSA hanno dell’incredibile - conclude Cristina - sembra di stare in un campo di guerra. È tutto come di giorno, ma con la differenza che siamo solo in due a lavorare." La carenza di personale durante la notte aumenta la pressione e la responsabilità sui pochi operatori presenti. A ciò si aggiunge una criticità strutturale riguardo all'assistenza medica: "Per giunta c’è da dire che non abbiamo nemmeno un’assistenza medica diretta, avendo la mia azienda stipulato un accordo di natura commerciale con uno studio medico che fornisce consulenza esclusivamente su Internet o per via telefonica." Questa modalità di consulenza medica, pur essendo una realtà in alcune strutture, solleva interrogativi sulla prontezza e sull'efficacia dell'intervento in caso di emergenze mediche acute.

Nonostante le sfide professionali, Cristina guarda al futuro con ottimismo anche sul piano personale. Ha un nuovo amore e progetta di costruire una famiglia con il suo compagno, che è medico e lavora in una nota struttura ospedaliera a Milano. Tuttavia, i suoi obiettivi professionali rimangono una priorità: "prima però voglio finire il Master e tentare l’ingresso alla Magistrale!." Questo denota una forte determinazione a consolidare la propria posizione professionale e a perseguire ulteriori traguardi formativi, dimostrando una visione a lungo termine della propria carriera e della propria vita. La sua storia è un esempio di come la determinazione, la resilienza e la capacità di reinventarsi possano portare a una piena realizzazione personale e professionale, anche in età matura.
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