La Farmacia dell'Istituto Omeopatico Italiano di Torino: Un Percorso Storico tra Vicissitudini e Trasformazioni
La storia della farmacia omeopatica dell'Istituto Omeopatico Italiano di Torino, situata in via Cesare Lombroso n. 16/18, è un racconto intessuto di numerose difficoltà e trasformazioni che ne hanno reso la ricostruzione cronologica un'impresa non priva di sfide. Le vicende di questo storico presidio sanitario sono state così numerose da richiedere una paziente ricerca per poter essere delineate con precisione. Per ragioni di carattere pratico e in ottemperanza alle normative vigenti, questa farmacia, dal 1972, ha assunto un ruolo esclusivamente storico, non essendo più accessibile al pubblico. Parallelamente, una nuova farmacia, sia omeopatica che allopatica, opera esternamente all'ospedale, sempre in via Cesare Lombroso, ma al civico 30.

Per comprendere appieno l'importanza storica della farmacia attuale, che rimane l'unica nel suo genere, è opportuno ripercorrere le tappe fondamentali a partire dal 1821, anno dell'introduzione dell'omeopatia in Italia, intrecciandole con gli sviluppi dell'Istituto Omeopatico Italiano. L'intento è quello di presentare un quadro chiaro e conciso, evidenziando gli anni cruciali per la vita della farmacia e tralasciando le informazioni di minore rilevanza.
L'Introduzione dell'Omeopatia in Italia e i Primi Passi a Torino
L'anno 1821 segna l'arrivo dell'omeopatia in Italia grazie all'opera del dottor Necker, medico del Barone Von Koller, comandante delle truppe austriache di stanza a Napoli. Fu a Napoli che i dottori De Horatiis, Romani e Mauro appresero i principi di questa "nuova dottrina", che successivamente si diffuse in altre città italiane come Palermo, Roma e Torino.
L'anno 1835 rappresenta un momento chiave per l'omeopatia torinese, con l'arrivo del dottor Vincenzo Chiò. Egli, dopo aver appreso direttamente dal fondatore Samuel Hahnemann la nuova "Arte del guarire", si associò ai dottori Chatron e Tessier, quest'ultimo autore di numerosi testi storici sull'argomento. Insieme, iniziarono l'esercizio dell'omeopatia nella capitale del Piemonte.
Il Riconoscimento Reale e la Disciplina delle Farmacie Omeopatiche
Un passo significativo verso il riconoscimento ufficiale dell'omeopatia avvenne nel 1838, quando Re Carlo Alberto emanò un decreto che ordinava il rispetto della libertà scientifica dei medici omeopatici. La sua affermazione: "Se assurda sarà la omeopatia, cadrà da sé stessa, come fecero tanti altri sistemi ma se cosa di buono in sé contiene, mi guardi il cielo che io ne voglia privare i miei cari sudditi" riflette una notevole apertura mentale, in linea con il pensiero del Ministro francese Guizot, il quale sosteneva che se l'omeopatia fosse stata una chimera, sarebbe scomparsa da sola, ma se avesse rappresentato un progresso, si sarebbe diffusa indipendentemente dagli sforzi per fermarla.
L'anno 1839 vide l'autorizzazione all'apertura di una Spezieria Omeopatica speciale al farmacista Collegiato Domenico Blengini, che stabilì la sua attività in contrada Santa Maria. Questa iniziativa fu consolidata da un successivo Regio Decreto del 4 novembre 1854, firmato da Carlo Alberto, il quale stabilì che le farmacie omeopatiche dovessero essere collocate in luoghi separati dalle farmacie ordinarie. Questa regolamentazione disciplinò le successive "Regie patenti", dato che fino a quel momento si faceva riferimento ai vecchi editti del 1696, con una successiva modifica del 18 marzo 1732, che disciplinavano le "Piazze di Spezieria Piemontesi" per un totale di 748 in tutto il Regno di Sardegna.
L'Espansione e l'Istituzione di Nuove Farmacie
Il dottor Granetti, nel 1840, iniziò a diffondere la "nuova dottrina" nella Piccola Casa della Provvidenza, meglio conosciuta come Cottolengo. Nel 1846, vennero concesse le "Regie patenti" per l'apertura di una seconda farmacia omeopatica, denominata Cerutti, situata in contrada PO, nei pressi dell'attuale civico 33.
L'anno 1848 vide la fondazione dell'"Accademia di Medici Omeopatici in Torino", sotto la presidenza del dottor Porta-Bava.
La farmacia omeopatica Blengini, nel 1852, passò al dottor Vincenzo Vernetti e fu trasferita in contrada Carlo Alberto, all'angolo con contrada di Po, di fronte all'allora Caffè Dilej (ora via Carlo Alberto n. 1).
Un'importante figura nell'apostolato omeopatico fu Pietro Arnulfi, farmacista che nel 1855 fondò a Nizza Marittima uno "Stabilimento Omeopatico con Dispensario per visite mediche ed annessa farmacia con Laboratorio". La sua iniziativa ottenne rapida notorietà e diffusione, grazie alla sua fede omeopatica e alla stima guadagnata in diversi paesi stranieri, tra cui Turchia e Sud America, dove contribuì validamente alla lotta contro epidemie e malattie con la sua pratica. Tuttavia, con la cessione delle province di Nizza e Savoia alla Francia nel 1860, Arnulfi scelse di rimanere in Piemonte. Chiese e ottenne, con Regio Decreto del 13 febbraio 1860, l'autorizzazione a fondare una farmacia omeopatica a Torino.

Fu così che nel 1860 venne fondata una "magnifica farmacia Omeopatica", denominata "Farmacia dell'Istituto Omeopatico", in via della Provvidenza n. 3. Realizzata in legno di ciliegio verniciato di nero con filettatura in oro, in perfetto stile ottocentesco, corrispondeva in pieno alla farmacia attuale. Questa iniziativa fu voluta da eminenti medici omeopati dell'epoca, tra cui i dottori G. Demichelis, P. Mellano, C. Bottino e B. Dadea. Essi sottoscrissero un capitale sociale e scelsero il signor Pietro Arnulfi come farmacista, dando vita a una società per la proprietà e la gestione della farmacia.
La Costituzione dell'Istituto Omeopatico Italiano e le Vicende delle Farmacie
I giorni 19 e 20 giugno 1871 furono teatro di un convegno di medici omeopatici italiani a Torino, durante il quale venne costituito un Comitato preparatorio per la fondazione dell'"Istituto Omeopatico Italiano". A tale scopo, fu redatta una circolare indirizzata a tutti i medici omeopatici italiani, corredata da uno schema di statuto. La lettera circolare portava le firme di Fioretta, Dadea, Bruni, Demichelis, Bottino, Mellana, Bonino e Pompili. Il Comitato inoltrò inoltre una petizione al Senato per includere l'esercizio farmaceutico omeopatico nel progetto del Codice Sanitario, annettendo alla Farmacia Ufficiale la parte relativa all'omeopatia.
Nel frattempo, le vicende delle altre due farmacie omeopatiche rivelano dinamiche interessanti. La Farmacia Omeopatica Vernetti, a causa del limitato numero di medici omeopatici a Torino e della conseguente scarsa ricettazione, decise di trattare anche medicinali allopatici. Tale scelta comportò un richiamo formale da parte di tutti i medici omeopati nel 1854 e, nuovamente, nel 1862, per desistere da questa "mescolanza di medicamenti appartenenti a scuole notoriamente ostili". Le diatribe tra allopati e omeopati erano all'epoca particolarmente accese. Nonostante gli avvertimenti, Vernetti proseguì sulla sua strada, venendo progressivamente abbandonato dai medici omeopati, che si rivolsero alla Farmacia Sociale dell'Istituto Omeopatico e alla Farmacia Omeopatica Cerutti. Quest'ultima, anch'essa, divenne mista alcuni anni dopo.
Il dottor Vernetti vendette la sua farmacia il 28 novembre 1873 al dottor Domenico Schiapparelli. Nel 1874, Schiapparelli trasferì la farmacia sempre in via Carlo Alberto, ma al civico 20, quasi all'angolo con via dell'Ospedale, ribattezzandola Farmacia Omeopatica Schiapparelli. La gestì fino al 1878, anno della sua morte.
Il 14 giugno 1878, il Prefetto di Torino concesse, con apposito Decreto, la continuazione dell'attività della farmacia omeopatica al dottor Giovanni Schiapparelli, fratello del defunto Domenico. Questa gestione durò solo tre anni, fino al 1881, quando la farmacia venne ceduta al dottor Vincenzo Fagiani, un altro fervente omeopata dell'epoca, che la trasferì a Genova, in piazza Deferrari.
Nel 1882, la farmacia Sociale dell'Istituto Omeopatico fu rilevata il 18 luglio dal farmacista dottor Clemente Schiapparelli (omonimo o parente dei precedenti?), che la diresse fino al 1890. È fondamentale non confondere i due farmacisti omonimi, in quanto titolari di farmacie distinte.
Sempre nel 1881, a Milano, e il 9 settembre 1882 a Genova, nella sala del Circolo Filologico, venne costituita un'"Associazione di fatto" tra i cultori e seguaci della medicina omeopatica, con la denominazione di "Istituto Omeopatico Italiano", con l'obiettivo di promuovere la diffusione e la conoscenza dell'omeopatia in Italia.
La storia antica dell' omeopatia
Il Riconoscimento Giuridico e la Crescita dell'Istituto
Il periodo tra il 1883 e il 1886 fu cruciale per l'Istituto Omeopatico Italiano. Durante un convegno tenutosi a Roma nell'ottobre 1883, si prese la determinazione di chiedere il riconoscimento dell'Istituto come Ente Morale. Questo obiettivo fu raggiunto il 24 gennaio 1886, quando Umberto I, con Regio Decreto, concesse il riconoscimento ufficiale allo Statuto dell'Istituto Omeopatico Italiano, erigendolo in Ente Morale. Sebbene l'Istituto avesse iniziato la sua attività nel 1881, la qualifica giuridica fu ottenuta solo cinque anni dopo.
Il 1887 vide la convocazione a Torino del 6° Convegno dell'Istituto. L'Assemblea nominò gli "Ufficiali dell'Istituto", tra cui il cavaliere Emilio Wenner come Presidente Onorario. Al Presidente Effettivo fu conferita l'autorizzazione ad acquistare la casa della vedova Ferrero, in via Orto Botanico n. 16, per fondarvi l'Ospedale Omeopatico Italiano, sede dell'Istituto. L'acquisto avvenne tramite un mutuo con il presidente onorario Wenner. Nel 1949, la via Orto Botanico sarebbe stata rinominata via Cesare Lombroso, in onore del valente studioso e omeopata che fu Vice-Presidente dell'Istituto per alcuni anni.
Nel 1890, in occasione del ventennale della presa di Roma, la via Provvidenza fu ribattezzata via XX Settembre, e il numero civico 3 divenne il 50, sede della Farmacia Omeopatica del dottor Clemente Schiapparelli. In base alla nuova Legge n. 6972 del 17 luglio 1890, l'Ente Morale I.O.I. fu classificato come I.P.A.B. (Istituzione Pubblica di Assistenza e Beneficenza) di 2a classe, con l'obbligo di un bilancio preventivo triennale. Grazie all'impegno degli amministratori, si raccolsero significativi contributi sotto forma di donazioni ed eredità, che permisero la costruzione, nello stesso anno, dell'Ospedale Omeopatico di Torino nell'ex casa della vedova Ferrero. I letti disponibili, inizialmente 6, aumentarono a 26 nel 1903. Tra i principali animatori dell'Istituto figuravano i dottori Giuseppe Bonino e Crisante Bottino, seguiti da Dadea, Cigliano, Fulvio Bonino e Cesare Lombroso.
Il dottor Clemente Schiapparelli, Socio e Segretario dell'Istituto, cedette la farmacia il 25 gennaio 1891 al dottor Giacomo Olivero, anch'egli socio dell'Istituto e Vice-Segretario.
L'Inaugurazione dell'Ospedale e Nuove Trasformazioni
Il 16 novembre 1903 segnò l'inaugurazione ufficiale dell'Ospedale Omeopatico in via Orto Botanico n. 16, con la solenne partecipazione delle personalità dell'epoca. Il giornale "La Stampa" riportò l'avvenimento, lodando i nuovi locali "areati e spaziosi", visitati da autorità come l'Assessore Tacconis, il dottor Balp, i professori Mo, Lombroso e Pagliani, oltre a numerosi invitati. L'ospedale contava 22 letti, avendo più che triplicato la sua capacità rispetto ai 6 letti iniziali nel 1890. Su 473 ammalati ricoverati, si registrarono solo 13 decessi. Ebbero a parlare brevemente il fondatore dell'Istituto, dottor Giuseppe Bonino, e il dottor Tacconis, che elogiò l'opera filantropica.
Il 27 maggio 1908, il dottor Giacomo Olivero chiese e ottenne dal Prefetto di Torino il trasferimento della Farmacia dell'Istituto Omeopatico Italiano nel fabbricato di fronte a quello precedentemente occupato, al civico 45 della stessa via XX Settembre.
Il 12 novembre 1914, con decreto prefettizio e vista la Legge Giolitti n. 468 del 22 maggio 1913 sull'ordinamento giuridico delle farmacie, venne riconosciuto il diritto del titolare, degli eredi e degli aventi diritto a esercitare la farmacia omeopatica come qualsiasi altra, essendo stata riconosciuta come "legittima Ventennale - II classe". Si nota come coincidenza il fatto che Giolitti stesso si curasse omeopaticamente tramite il dottor Mattoli.
Il 2 febbraio 1925, il dottor Giacomo Olivero, farmacista e omeopata benefico per oltre 40 anni, morì, lasciando come erede la sorella Elisabetta. Il Consiglio di Amministrazione dell'Istituto, desideroso di mantenere la farmacia esclusivamente omeopatica e di contrastare le offerte volte a trasformarla in farmacia mista, concesse 40.000 lire, più una rendita vitalizia di 4.200 lire annue, alla signora Elisabetta Olivero, acquistando così la farmacia. Con Decreto della Regia Prefettura del 27 giugno 1925, l'Istituto Omeopatico Italiano fu autorizzato a rilevare la proprietà e l'esercizio della "Farmacia Omeopatica Olivero" in via XX Settembre, di fronte al n. 50. È importante sottolineare che, fino a quel momento, la farmacia non era di proprietà dell'Istituto e la sua ubicazione era diversa. Solo nel 1929 sarebbe stata definitivamente accorpata all'interno dell'ospedale, con ingresso pubblico in via Orto Botanico n. 18.
Nel 1927, sotto il regime fascista, fu elaborato un nuovo Statuto per l'Istituto Omeopatico Italiano, al fine di razionalizzare la vita e la funzionalità dell'Ente, sostituendo quello del 1885 ormai vetusto. Il nuovo statuto fu pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del Regno d'Italia il 6 maggio 1927.
L'11 novembre 1929, il Prefetto di Torino autorizzò il trasferimento della Farmacia Omeopatica da via XX Settembre ai locali annessi all'Ospedale Omeopatico, in via Orto Botanico n. 18, per essere adibita esclusivamente alla preparazione di prodotti omeopatici.
La Decisione di Non Vendere e la Classificazione come Infermeria
Nel 1934, la vendita di prodotti omeopatici non era sufficientemente remunerativa per l'Ospedale, evidenziando un passivo cronico. L'Istituto decise di cedere la farmacia, ma di fronte a numerose offerte che miravano alla trasformazione in farmacia mista, nonostante le clausole proibitive negli atti di cessione, il Consiglio di Amministrazione deliberò con fermezza: "La farmacia non si vende!".
Tuttavia, in base alla nuova legge Ospedaliera n. 1706 del 30 settembre 1938, il Prefetto di Torino, con decreto del 16 dicembre 1939, classificò l'Ospedale Omeopatico (gestito dall'Istituto) come Infermeria, nonostante le veementi proteste degli Amministratori.
Le Istituzioni Pubbliche di Assistenza e Beneficenza (IPAB) e il Quadro Normativo
Il testo fornito include anche una significativa sezione dedicata alle Istituzioni Pubbliche di Assistenza e Beneficenza (IPAB), fornendo un contesto più ampio alla gestione di enti come l'Istituto Omeopatico Italiano. Le IPAB sono enti pubblici nati da iniziative private di solidarietà e carità, spesso ispirate dalla religione cattolica, con lo scopo di assistere i poveri e i bisognosi attraverso propri mezzi economici e vari strumenti, come asili nido, orfanotrofi, scuole materne, convitti, ospizi per anziani e invalidi, e sussidi dotali.
Dal 1890, con la legge Crispi, le IPAB sono entrate a far parte dell'area della Pubblica Amministrazione. Pur godendo di piena autonomia amministrativa, sono sottoposte alla vigilanza e al controllo della Regione a partire dal 1972.

Il testo evidenzia la complessità giuridica delle IPAB, sottolineando come, nonostante la loro natura pubblica e il controllo regionale, in alcuni contesti siano state considerate enti privati. Viene citata la sentenza della Corte Costituzionale n. 327/1982, che attribuiva le funzioni in materia di assistenza ai Comuni singoli e associati, e la successiva sentenza n. 1035/1988, che affrontava il tema dei beni delle IPAB.
Viene sollevato il problema della destinazione dei patrimoni delle IPAB sciolte dalle Regioni, con la preoccupazione che potessero non rimanere destinate all'assistenza. Si menziona anche la questione delle scuole materne, spesso gestite da istituzioni private, e l'importanza di garantire che i beni delle IPAB vengano utilizzati in modo adeguato ai bisogni attuali e nel rispetto della volontà dei donatori.
La trasformazione delle IPAB in fondazioni private è un fenomeno che solleva interrogativi sulla gestione e la titolarità delle farmacie, evidenziando come il quadro normativo sia ispirato al principio della selettività soggettiva.
La Gestione Interna delle Farmacie da Parte delle IPAB
Il testo richiama l'articolo 114 del Regio Decreto 1265/1934, il quale prevedeva che le IPAB potessero essere autorizzate a gestire farmacie ad uso interno, a condizione di possedere specifici requisiti soggettivi e nel rispetto di precisi vincoli. Questo articolo sottolinea la peculiarità della gestione delle farmacie da parte di queste istituzioni, che si distingue dalla titolarità ordinaria.
La gestione interna della farmacia da parte di un'IPAB implica che l'ente stesso sia titolare della licenza e gestisca direttamente l'attività farmaceutica, destinandola all'uso interno, ad esempio per i propri degenti o assistiti. Tale possibilità era subordinata all'ottenimento di specifiche autorizzazioni da parte delle autorità sanitarie competenti e al rispetto di requisiti che potevano variare nel tempo e a seconda delle normative regionali. Questo meccanismo mirava a garantire un servizio farmaceutico adeguato all'interno delle strutture assistenziali, mantenendo un certo controllo pubblico sull'attività.
La normativa, quindi, riconosceva la specificità delle IPAB e la loro potenziale capacità di gestire direttamente servizi sanitari essenziali come la farmacia, pur inserendola in un quadro di vigilanza e regolamentazione volto a tutelare l'interesse pubblico e la corretta erogazione dei servizi. Il caso delle IPAB e delle fondazioni ex IPAB, come evidenziato nel testo, rafforza il concetto che il quadro normativo sulla gestione e titolarità delle farmacie è fortemente ancorato a principi di selezione soggettiva, ovvero alla tipologia di ente e ai requisiti che esso possiede.
Le Nuove Tecnologie nella Gestione Farmaceutica: L'Esperienza di Vicenza
Un estratto del testo descrive l'implementazione di un sistema informatizzato per la somministrazione della terapia in una struttura gestita dall'Azienda Pubblica di Servizi alla Persona (APSP) di Vicenza. Questa iniziativa, avviata nell'aprile 2012, rispondeva alla necessità di operare in una situazione di maggiore sicurezza per gli infermieri e per gli assistiti, data la crescente complessità assistenziale e sanitaria degli ospiti.
Il sistema informatizzato mirava a migliorare la procedura di gestione del farmaco, prevenendo eventi avversi. In precedenza, la preparazione anticipata della terapia, affidata agli infermieri di turno notturno, poteva comportare errori dovuti al calo di concentrazione. Il tempo impiegato nel controllo diurno sottraeva risorse all'assistenza diretta, e l'infermiere poteva non avere una conoscenza diretta dell'ospite per cui preparava la terapia.
Dopo un periodo di sperimentazione positiva, si è proceduto all'acquisto di carrelli informatizzati per tutti i nuclei. L'implementazione ha richiesto il potenziamento delle postazioni informatiche, l'interfacciamento con l'Azienda Ulss, il caricamento dei dati degli ospiti e la modifica dei piani di lavoro del personale. Gli infermieri si sono dimostrati molto motivati, e anche i medici hanno sostenuto il sistema, facilitando il cambiamento. I problemi iniziali sono stati prevalentemente di carattere tecnico-informatico, legati alla scarsa confidenza con il PC da parte di alcuni infermieri.
Il risultato più evidente è l'applicazione della "regola delle 7 G" (giusto paziente, giusto farmaco, giusta ora, giusta dose, giusta via di somministrazione, giusta registrazione, giusto controllo), garantendo maggiore sicurezza e tracciabilità. La maggiore presenza dell'infermiere in corsia, non dovendo dedicare tempo alla preparazione o al controllo della terapia in ambulatorio, ha permesso una risposta più diretta ai bisogni assistenziali degli ospiti. L'ispezione igienico-sanitaria dei NAS nel giugno dell'anno precedente ha confermato l'efficacia del nuovo sistema, che si è dimostrato la soluzione giusta per adeguare la gestione della terapia alla complessità assistenziale delle strutture per anziani.
La farmacia dell'Istituto Omeopatico Italiano di Torino, con la sua lunga e complessa storia, rappresenta un esempio significativo dell'evoluzione delle pratiche farmaceutiche e dell'assistenza sanitaria nel corso del tempo, intrecciandosi con le trasformazioni del quadro normativo e sociale.
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