La Saggezza della Vecchiaia: Riflessioni sul "Cato Maior de Senectute" di Cicerone

Il tempo che scorre inesorabile porta con sé non solo il declino fisico, ma anche una profonda trasformazione della percezione della vita, delle passioni e dei piaceri. La vecchiaia, spesso dipinta con tinte fosche e associata a rimpianti e sofferenze, può rivelarsi, se affrontata con la giusta prospettiva, un periodo di inestimabile saggezza e serenità. Marco Tullio Cicerone, nel suo celebre dialogo "Cato Maior de Senectute", affida alla figura autorevole di Catone il Censore il compito di disvelare i tesori nascosti di questa fase della vita, confutando i pregiudizi comuni e proponendo un modello di esistenza anziana feconda e dignitosa.

Il Dominio della Passione e l'Eclissi della Ragione

Uno dei temi centrali affrontati nel "Cato Maior" è la relazione intrinseca tra piacere e ragione. Cicerone, attraverso le parole di Catone, argomenta con vigore come dove domina la passione non ci sia spazio per la temperanza e nel regno del piacere la virtù non possa resistere. Per illustrare questo concetto, viene proposto un esempio vivido: immaginare un uomo sopraffatto dal piacere più grande concepibile. Secondo Archita, citato da Cicerone, è impossibile che tale individuo, immerso in un godimento così intenso, possa pensare, giudicare o intendere alcunché. Ne consegue che nulla è più detestabile e pestilenziale del piacere, poiché quanto più è intenso e prolungato, tanto più spegne ogni lume della ragione. Queste riflessioni, tramandate da generazioni, giungono a Cicerone attraverso la figura di Nearco di Taranto, ospite e amico del popolo romano, che le apprese dai suoi anziani. Si narra che Platone stesso, recatosi a Taranto all'epoca del consolato di Lucio Camillo e Appio Claudio, abbia assistito a tale conversazione.

Illustrazione di un uomo immerso nel piacere sensuale

Lo scopo di questo racconto è far comprendere che, se non fossimo in grado di respingere il piacere con la ragione e la saggezza, dovremmo essere profondamente grati alla vecchiaia, capace di recidere i desideri inappropriati. Il piacere, infatti, è un ostacolo alla capacità di giudizio, un nemico della ragione che acceca, per così dire, gli occhi della mente, e non ha nulla a che vedere con la virtù. La storia di Lucio Flaminino, fratello del valorosissimo Tito Flaminino, ne è un esempio lampante. Sette anni dopo il suo consolato, malgrado l'opposizione di Cicerone, fu espulso dal senato a causa della sua dissolutezza. Durante il suo consolato in Gallia, durante un banchetto, si lasciò persuadere dalle preghiere di una prostituta a giustiziare personalmente uno dei prigionieri condannati a morte. Sebbene suo fratello Tito, durante il suo censura, avesse evitato scandali, né Tito né Cicerone poterono tollerare una tale condotta, che associava alla vergogna privata il disonore della carica.

La forza distruttiva del piacere è ulteriormente sottolineata dal racconto di Caio Fabrizio, il quale, durante la sua ambasceria presso re Pirro, ascoltò con stupore il tessalo Cinea affermare che tutte le azioni umane dovrebbero tendere al piacere. Fabrizio, Manlio Curio e Tiberio Coruncanio auguravano che i Sanniti e Pirro stessi si persuadessero di tale teoria, poiché ciò li avrebbe resi più vulnerabili e più facili da sconfiggere.

La Vecchiaia: Non un Peso, ma un Dono

Perché insistere tanto sul piacere? Perché la vecchiaia, lungi dal meritare rimproveri, è degna della massima lode proprio in virtù della sua minore sensibilità ai piaceri mondani. Essa ignora i festini sfrenati, le tavole imbandite e le coppe consumate una dietro l'altra, evitando così l'ubriachezza, le indigestioni e i sonni agitati. Sebbene sia lecito concedere qualcosa al piacere, poiché la sua tentazione è forte - Platone stesso la definisce, in modo quasi divino, un'esca per i mali, dato che gli uomini vi abboccano come pesci - la vecchiaia, pur distante dai bagordi, può comunque godere di conviti moderati.

Un banchetto romano con commensali anziani e giovani

Un esempio di questa moderazione è offerto dal vecchio Caio Duilio, figlio di Marco, il primo a sconfiggere i Cartaginesi sul mare. Cicerone lo vedeva spesso tornare a cena, con il semplice diletto di una torcia di cera e un suonatore di flauto, un lusso che si era concesso da privato cittadino, segno della libertà che la gloria gli aveva conferito.

Ma Cicerone ritorna presto a sé, descrivendo la sua personale esperienza. Fin dalla giovinezza, ha frequentato compagnie selezionate, partecipando a banchetti moderati ma animati da un certo ardore giovanile. Con il passare degli anni, tuttavia, tutto si è gradualmente calmato. Il piacere di questi conviti non era misurato tanto dal godimento dei sensi, quanto dalla compagnia e dal conversare tra amici. I nostri antenati, infatti, chiamavano "convivio" lo stare insieme a banchetto, poiché implicava una comunione di vita, distinguendosi dai Greci che lo definivano ora "bere in compagnia", ora "mangiare in compagnia", dimostrando così di apprezzare maggiormente ciò che, in questi casi, vale molto meno.

Il piacere della conversazione è così centrale che Cicerone ama i lunghi banchetti, non solo in compagnia dei suoi coetanei, ormai pochi, ma anche con giovani e meno giovani. È profondamente riconoscente alla vecchiaia per aver accresciuto in lui il desiderio di conversare e aver attenuato quello di mangiare e bere. Se alcuni trovano ancora diletto nel cibo e nelle bevande, Cicerone non dichiara guerra al piacere, riconoscendo che un limite naturale esiste. La vecchiaia, anche nei confronti di tali piaceri, non è insensibile. Egli apprezza i "magisteri conviviali" istituiti dagli antenati, il conversare con le coppe in mano, il fresco d'estate e il calore del sole o del fuoco d'inverno. Queste soddisfazioni le ritrova spesso nella sua villa in Sabina, dove prolunga i conviti con i vicini fino a tarda notte, intrattenendosi con discorsi di vario genere.

Tuttavia, nei vecchi, il solletico dei piaceri fisici non è più così intenso. La risposta di Sofocle, interrogato se alla sua età godesse ancora dei piaceri di Venere, è emblematica: "Gli dèi me ne guardino! Sono felice di esserne scampato come da un padrone zotico e furioso." Per chi desidera ancora tali piaceri, la loro privazione può risultare odiosa e pesante. Ma per chi ne ha completamente estinto il desiderio, la privazione è più piacevole del godimento. Non si può dire che sia privo di qualcosa chi non ne sente la mancanza; dunque, il non sentirne la mancanza è condizione più piacevole.

Se la giovinezza gusta di più questi piaceri, essa gode di "inezie", come detto, e di cose da cui la vecchiaia, pur non essendone del tutto priva, non è eccessivamente attratta. Come chi siede in prima fila si diverte di più allo spettacolo di un attore, ma anche chi siede in ultima fila ne trae diletto, così la giovinezza, guardando i piaceri da vicino, gode più intensamente, ma anche la vecchiaia, contemplandoli da lontano, si diletta quanto basta.

La Ricchezza dell'Intelletto e la Serenità della Campagna

Ciò che risulta prezioso per l'animo che ha preso congedo dai piaceri dei sensi, dall'ambizione, dalle rivalità, dalle inimicizie e da tutte le passioni, è starsene con se stesso, vivere in raccoglimento interiore. Se l'animo trova nutrimento nello studio e nella cultura, nulla è più piacevole di una vecchiaia libera da impegni. Cicerone ricorda figure come Caio Galo, amico di suo padre Scipione, che si consumava nello sforzo di misurare quasi il cielo e la terra, tracciando disegni iniziati di notte e sorprende dalla luce del giorno, prevedendo eclissi di sole e di luna.

Una biblioteca antica con libri e pergamene

Non diversamente, interessi più leggeri, ma pur sempre profondi, come la "Guerra Punica" di Nevio o le commedie di Plauto ("Truculento", "Pseudolo"), suscitavano gioia. Cicerone stesso vide Livio, ormai vecchio, allestire un dramma sei anni prima della sua nascita e vivere fino alla sua giovinezza. La passione per il diritto pontificale e civile dimostrata da Publio Licinio Crasso o da Publio Scipione, eletto pontefice massimo, è un altro esempio di come uomini illustri, anche in età avanzata, si accendessero per tali attività. Marco Cetego, definito da Ennio "midollo della Persuasione", si esercitava nell'eloquenza con passione anche da vecchio.

Quali piaceri procurati da festini, giochi e prostitute possono paragonarsi a questi piaceri intellettuali? L'amore per il sapere, che cresce di pari passo con l'età nelle persone sagge e colte, offre una soddisfazione impareggiabile. Non a caso, Cicerone cita il versetto di Solone che afferma di imparare ogni giorno molte cose invecchiando: non può esistere piacere più grande di quello intellettuale.

La tragica vita dei giovani favoriti nell’antica Roma

Un altro ambito che offre profondo appagamento, e che Cicerone esplora con particolare affetto, è la vita contadina. I contadini hanno un legame ancestrale con la terra, che ricambia la loro dedizione con generosità. Cicerone non si delizia solo del profitto, ma anche della forza e dell'essenza stessa della terra. Descrive con dovizia di particolari il ciclo della semina, la cura del seme ammorbidito e smosso, il suo racchiudersi nel buio, il suo riscaldarsi con il "fiato" e l'"abbraccio" della terra, il germogliare del verde, la crescita delle radici, lo sviluppo del fusto nodoso, la comparsa del frutto simile a una spiga, difeso dalle reste contro gli uccelli.

Egli si sofferma sulla coltivazione della vite, descrivendo come essa, pur tendendo a cadere, si intreccia con i suoi viticci a tutto ciò che trova per sostenersi. L'agricoltore, potandola con il falcetto, ne controlla la crescita per evitare che si trasformi in una foresta di tralci. Dalle gemme, che spuntano sulle parti risparmiate, nasce il grappolo che, ingrossandosi con l'umore della terra e il calore del sole, matura, addolcendosi dal sapore aspro iniziale. Rivestito di pampini, si difende dall'eccessiva vampa del sole. La vite, con la sua utilità e la sua bellezza, è un simbolo di prosperità e armonia.

La coltivazione della vite, i pali di sostegno, la legatura e la propagginazione, la potatura, l'irrigazione, gli sterri e le rivangature dei campi, la concimazione - tutto contribuisce alla fertilità del suolo e alla rigogliosità della campagna, che offre messi, prati, vigneti, alberi, giardini, frutteti, pascoli, sciami di api e fiori. Il piacere di piantare si unisce a quello di innestare, invenzione ingegnosa dell'agricoltura.

Cicerone confessa di essersi lasciato prendere dalla passione per la vita contadina, definendo la vecchiaia "buona chiacchierona", un difetto che ammette senza riserve. Il ricordo di Manlio Curio, che dopo i suoi trionfi scelse questa vita, è un monito. La sua villa, non lontana da quella di Cicerone, testimonia la continenza dell'uomo e la severità dei tempi. Curio rifiutò l'oro offertogli dai Sanniti, affermando che non gli sembrava onesto possedere l'oro, ma comandare su chi ne possedeva. Un animo così grande non poteva che rendere piacevole la sua vecchiaia.

Paesaggio rurale romano con campi coltivati e ville

Il legame tra vita politica e agricoltura è evidente nella figura di Lucio Quinzio Cincinnato, che stava arando quando ricevette la notizia della sua nomina a dittatore. Anche i senatori, i "vecchi", trascorrevano la loro vita in campagna, venendo convocati in senato dalle loro residenze rurali. Erano detti "corrieri" i messi che li andavano a chiamare. Era forse da compatire la vecchiaia di uomini che dedicavano il loro tempo alla terra? Cicerone dubita che esista vecchiaia più felice, non solo per l'utilità dell'agricoltura per l'intero genere umano, ma anche per il diletto che essa procura e per la profusione di beni necessari al sostentamento e al culto degli dèi.

Un padrone abile e attivo ha sempre la cantina, l'orciaia e la dispensa rifornite. La sua villa è ricca di maiali, capretti, agnelli, galline, latte, formaggio e miele. L'orto, definito dai contadini "seconda dispensa", arricchisce ulteriormente questa abbondanza. La caccia agli uccelli e alla selvaggina contribuisce al godimento nel tempo libero. Il verde dei prati, le file degli alberi, la bellezza delle vigne e degli uliveti rendono la campagna uno spettacolo impareggiabile. Niente può essere più ricco di profitto o più bello a vedersi di un campo ben coltivato.

La vecchiaia non è un ostacolo, ma uno stimolo e un incitamento a godere di questa bellezza. Dove, se non in campagna, questa età può scaldarsi al sole o al fuoco, o prendere il fresco salutare dell'ombra o dell'acqua?

L'Eredità di Senofonte e l'Elogio dell'Agricoltura

I libri di Senofonte sono una fonte preziosa di saggezza, in particolare quelli dedicati all'amministrazione del patrimonio, come l'"Economico". In questo trattato, Senofonte loda l'agricoltura sotto molteplici aspetti. Socrate, nel dialogo con Critobulo, racconta un episodio significativo: quando lo spartano Lisandro, uomo di eccezionale valore, si recò a Sardi per portare a Ciro, re dei Persiani, i doni degli alleati, Ciro il giovane, di straordinaria intelligenza e gloria militare, lo trattò con grande affabilità. Tra le altre cose, gli mostrò un parco magnificamente coltivato.

Lisandro rimase colpito dall'altezza degli alberi, dalla loro disposizione a scacchiera, dalla terra lavorata e ripulita, dalla soavità dei profumi che emanavano i fiori. Espresse ammirazione non solo per la cura, ma anche per la maestria dell'uomo che aveva ideato e disposto ogni cosa. Ciro, con un sorriso, rivelò che la disposizione del parco e la cura di ogni dettaglio erano opera sua. Lisandro, stupito, esclamò che l'aspetto e l'ordine del parco erano degni di ammirazione, ma che la sua arte e la sua saggezza erano ancora più degne di lode.

Questo episodio, narrato da Socrate, sottolinea come l'agricoltura non sia solo un'attività manuale, ma richieda intelligenza, pianificazione e una profonda comprensione della natura. Ciro, un re e un condottiero di fama, trovava grande soddisfazione e prestigio nel dedicarsi alla cura del suo parco. Senofonte, attraverso le parole di Socrate, evidenzia come l'agricoltura sia un'attività degna dei più grandi uomini, capace di offrire non solo benefici materiali, ma anche un profondo appagamento intellettuale e morale.

La Vecchiaia come Tempo di Riflessione e di Virtù

Nel "Cato Maior de Senectute", Cicerone non si limita a difendere la vecchiaia, ma ne celebra le potenzialità intrinseche. La vecchiaia, liberata dalle passioni giovanili e dalle ambizioni terrene, offre l'opportunità unica di dedicarsi alla riflessione, allo studio e alla crescita interiore. È un tempo in cui la saggezza acquisita nel corso degli anni può essere messa a frutto, non solo per il proprio bene, ma anche per il beneficio della comunità, in particolare per l'educazione dei giovani.

La temperanza nei costumi, un moderato esercizio fisico e, soprattutto, l'esercizio costante delle facoltà intellettuali sono le chiavi per preservare la vitalità e la lucidità anche in età avanzata. La paura della morte, un timore comune a tutte le età, viene affrontata come un processo naturale, particolarmente evidente nella vecchiaia. Cicerone, citando l'autorità di Pitagora, si dichiara contrario al suicidio, considerandolo contro natura e contro gli dèi.

Infine, emerge la concezione dell'immortalità dell'anima come premio riservato a coloro che hanno condotto una vita virtuosa, dedicata al bene proprio e della patria, portando beneficio all'umanità. Questo richiamo all'immortalità dell'anima, in linea con il "Somnium Scipionis", conferisce alla vecchiaia virtuosa un significato trascendente, proiettandola oltre i limiti della vita terrena.

In conclusione, il "Cato Maior de Senectute" di Cicerone è un inno alla saggezza, alla dignità e alla fecondità della vecchiaia. Attraverso un'argomentazione lucida e una ricchezza di esempi tratti dalla storia e dalla vita quotidiana, Cicerone demolisce i luoghi comuni negativi associati all'età avanzata, proponendo un modello di vecchiaia che, lungi dall'essere un peso, si rivela un dono prezioso, un tempo di riflessione profonda, di piaceri intellettuali e di serenità conquistata.

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